“Tutti dalla mattina alla sera lottiamo perché il nostro nome venga pronunciato come si deve. Lo cerchiamo dappertutto, in un posto di lavoro, in una relazione, in una notizia, in un vestito, in un record, in una passione, in una perversione, nella violenza, nell’ ambizione, nella dipendenza e nella distruzione, nel dominio e nel piacere, in una tomba e nella scelta di qualcosa o qualcuno a cui appartenere; perché questo è avere un nome: avere qualcosa o qualcuno che lo tenga al sicuro.”
Alessandro D’Avenia, L’Appello

Settembre nell’aria. Una mattina di paese come tante e, per strada, un bambino parlava con la mamma della scuola che stava per cominciare. “Sì sarà bello! Ma io ho paura di una cosa” diceva il piccolo d’uomo di circa sei anni. Subito, quindi, come per assecondare lo sguardo interrogativo della mamma, lui le spiegò: “Dell’appello mamma!”. La donna sorrise, ma guardando il volto di suo figlio preoccupato gli si avvicinò e, accarezzandolo, gli chiese il motivo rassicurandolo.

Il bambino rispose più o meno con queste parole: “Ho paura di non essere pronto a rispondere. Di farmi sfuggire il momento giusto per dire il mio “presente” e poi, mamma, come uscirà la mia voce? Cosa penseranno la maestra e i miei compagni?”.
La mamma gli rispose che avrebbe dovuto solo stare attento e che ne sarebbe stato in grado: era certa che il suo “presente” sarebbe giunto forte, chiaro e vivace alle orecchie dei suoi compagni e della maestra.

Del resto, gli disse, doveva pensare che era come quando lo chiamava lei in casa solo che, a scuola avrebbe dovuto rispondere con la parola “presente” per sottolineare la sua presenza, il suo essere un “ometto” che studiava per divenire un grande uomo. La mamma poi concluse il suo discorso con un “ Dai oggi facciamo delle prove a casa che ne dici?” e il bambino esplose in un enorme sorriso e la paura si accasciò a terra, sconfitta.

L’appello, quel dire “Presente!” davanti ad altri è un momento esistenziale fondamentale. Filosoficamente esso rappresenta il levinassiano “Me voici”, ovvero “Eccomi” con il mio volto di sorrisi e cicatrici, la mia vita, la mia capacità di creare e cominciare, la mia forza e la mia fragilità.

L’appello è la chiamata ad exisistere, dunque ad uscire fuori, a mostrare al mondo la propria delicata e dirompente bellezza racchiusa in una voce tremolante o nel silenzio di uno sguardo che urlano “Presente!”, eccomi sono qui, sono pronto.

Rispondere a tale vocazione ad esistere è però una missione ardua e faticosa, ma al contempo meravigliosa ed entusiasmante: in quel “presente” sono racchiusi sorrisi e cicatrici.

Tale parola diviene scalpello che ricostruisce le anime e modella la quotidianità: essa invita a ridestarsi e a vivere giorno dopo giorno, infatti fornisce sia una modalità d’esistenza che una indicazione temporale.
Essere presente vuol dire ricordarsi della propria identità da costruttore e protagonista della vita e fare del presente un dono perché chiamata all’azione e al pensiero.

La filosofia insegna quindi che rispondere all’appello è momento di rischiaramento con il quale, il pensiero diviene lume di idee e passi nel mondo: quel “presente” diviene lanterna che mai si spegne nel buio delle identità e grido di battaglia di una sapienza che viene dal profondo, ovvero di un pensiero che si fa coraggiosa e continuativa azione creatrice.

Quando andavo a scuola il momento dell’appello lo immaginavo come quando, schierati e pronti alla battaglia, gli eroi antichi venivano chiamati per nome dal loro comandante: l’appello è ciò che ridesta l’anima, ciò che ricorda il proprio nome ovvero la propria interiorità, identità e forza, ciò che fa riappropriare della consapevolezza di essere dei costruttori e custodi d’esistenza.

L’arte della costruzione e ricostruzione di sé, degli altri e dell’esistenza stessa si apprende in ogni ambiente a partire dalla scuola e, quindi, per tale ragione, lì l’appello è inizio e chiave di volta, missione e vocazione, chiamata ad essere per agire.

E nell’esistenza quotidiana cosa è? Chi è che chiama?

L’appello è l’alba che ci risveglia e ci chiama alla vita, è il ricordo di un amore che ci aiuta a resistere e a vivere, è la forza di una lacrima che cade a terra e diviene nutrimento di una nuova vita.

A chiamare dunque è la vita stessa racchiusa nel respiro di ciò che siamo ma che dimentichiamo. Dovremo per questo allenarci a risponderle “Presente!” eccomi ci sono e sono vivo, combatto, fatico ma sorrido. Forse dovremo essere come quel bambino: timorosi, attenti alla chiamata, fieri e pronti ad esercitarsi affinché quel “presente” sia sempre e nonostante tutto forte e chiaro nelle idee e nelle azioni, perché anima, missione e vocazione.

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