Oserò esporre qui la più grande, la più importante, la più utile norma di tutta l’educazione?
Non è guadagnare del tempo, ma perderne.
(Jean Jacques Rousseau)

Nei giovani e nei giovanissimi riscontriamo una fretta compulsiva, un bruciare le tappe naturali che la vita richiederebbe per crescere. Del resto nell’abbondanza di informazione di cui gode la nostra società, credono di trovare le risposte semplicemente con un click su internet o immediatamente la visibilità attraverso i social, senza soffermarsi sulle domande fondamentali che la vita pone come condizione necessaria per conoscere se stessi. Perché, in fondo, quell’intervallo che passa tra la domanda e la risposta è stato ciò che ha determinato lo sviluppo dell’Occidente.

Studiare, leggere, pregare, fare una passeggiata, tutte quelle cose che appartengono alla poetica del vivere quotidiano nella nostra cultura efficentista, come per la cultura, vengono considerate con sospetto. Inutili perdite di tempo.
In particolare lo studio non è più attraente perché significa dedicare parte dalle nostra vita a pensare, il piacere di intrattenere rapporti con la parte più spirituale di noi. Manca la voglia di ripiegarsi, guardarsi dentro, ricordare, riflettere, almanaccare su concetti, astrazioni, sentimenti. Mentre la corsa sembra essere l’unica metafora che contraddistingua l’uomo postmoderno.

In un romanzo di Kundera, La lentezza, il protagonista dopo essersi accorto dallo specchietto retrovisore di un conducente che vorrebbe superarlo, apre una riflessione che lo porta a chiosare: “La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”. E poco dopo si chiede: “Perché è scomparso il piacere della lentezza?”. Il grande scrittore ceco ha capito benissimo che un dei temi fondamentali della nostra epoca è il modo di percepire il tempo.

gestione del tempo_fretta

Vite di corsa

La lentezza ha caratterizzato buona parte della nostra civiltà, quella preindustriale, ha caratterizzato gli stili di vita, le abitudini, le ritualità.
Il lavoro, soprattutto nei campi, e la vita in generale erano ritmate dal ciclo inesausto della natura in un eterno ritorno dell’uguale. Si riteneva che l’impazienza fosse legata solo all’età infantile e adolescenziale, mentre la capacità di attesa dell’uomo adulto era vista come sinonimo di saggezza: s’imparava a scoprire ciò che si è, a irrobustire la propria vita interiore. Poi sono state accese le prime lampadine, sono state inventate le auto e poi gli aerei, infine c’è stata la rivoluzione digitale con la quale è possibile entrare in contatto con gli altri in tempo immediato. L’uomo contemporaneo ha capito che il tempo è il bene più prezioso, eppure sembra non averne più per se stesso.

La modernità nasce con la dittatura dei ritmi della vita, in rovesciamento a quella preindustriale: tutto va vissuto su appuntamento, perché la cultura dell’ “adesso” chiede di correre affannosamente “sempre più in fretta nel tentativo necessario a inseguire altre cose” fino a cancellare i tempi del riposo e del silenzio. Tutto ciò che “rallenta” viene visto come la perdita di un “qualcosa” di non ben definito.
Le nostre esistenze si sono tramutate in “vite di corsa”, parafrasando il sociologo Zygmunt Bauman. Abbiamo creato una società ipercompetitiva, un processo produttivo che sforna continuamente nuove merci, le rende desiderabili, richiedendo quindi al consumatore, se vuole essere al passo coi tempi, un continuo adeguamento al loro mutare. Il tempo non è più né ciclico, né lineare, come accadeva nella società contadina e industriale, ma “puntillistico”, frammentato, cioè, diviso in una moltitudine di particelle slegate tra di loro, con la facile conseguenza che i frammenti prendano il sopravvento e che diventi sempre più difficile creare narrazioni, gerarchie e sequenze evolutive.

L’uomo contemporaneo è inquieto per il rischio di non riusci­re a costruirsi del tempo da dedicare a se stesso. Manca il tempo come se mancasse l’ossigeno per respirare e, quando c’è, lo si insegue in maniera ansiogena. Attendere qualcosa o qualcuno è diventato un lusso. Detto in altri termini, il tempo non è più vissuto, ma inseguito, generando un processo che mette in crisi i ritmi intimi dell’identità personale. Il mondo adulto è in preda ad ansia e stress a causa di relazioni sempre più competitive, e che soprattutto non ha più il tempo per dare importanza ai momenti trascorsi.

Rivedere il nostro modello educativo

La lentezza, per questo, dovrebbe essere un modello per chi si occupa di pedagogia, tanto che Joan Domènech Francesch, direttore di una scuola primaria di Barcellona, propone una “decelerazione” generale dell’educazione che porti a realizzare una scuola rispettosa dei ritmi di apprendimento di ciascun alunno. Dunque pubblica, democratica e inclusiva. “L’educazione, – dice – per sua stessa natura, è un’attività lenta. Parliamo dell’educazione che trasforma la conoscenza in saggezza, l’educazione che si trasforma in profondità. […] Dobbiamo iniziare a rallentare il passo, i ritmi, a rivedere un tempo nel quale possiamo assaporare gli apprendimenti, i progetti.

Sulla spinta delle esigenze del profitto che fa propria l’equazione “il tempo è denaro”, nell’ambito delle riforme scolastiche l’accelerazione, il sovraccarico psichico, la pressione sul tempo e sulla sua organizzazione sono sempre più incalzanti, imponiamo quella disumanizzazione della vita adulta anche ai più giovani, la cui caratteristica è una vita immaginata senza tempo. Le varie riforme e decreti ministeriali hanno spezzato il tempo in moduli che ostacolano un approccio interdisciplinare del sapere e dell’apprendimento, imponendo a docenti, alunni e famiglie una concezione rigida del tempo. Quando, poi, il tempo scolastico non ci è più parso sufficiente, abbiamo inventato il tempo extra-scolastico con progetti di ogni tipo.

Una scuola che si fonda sulla dittatura del tempo come rapida successione di eventi tende a far sparire l’educazione nel senso più profondo del termine, ma rende problematica anche la formazione “tecnica”, perché “nel caso di apprendimenti sequenziali, la rapidità comporta che, una volta perso il primo, avremo difficoltà a salire sul treno successivo, che parte dove il primo era arrivato”. L’educazione è invece un processo qualitativo che dovrebbe formare delle “teste ben fatte”, come dige Edgard Morin, piuttosto che una corsa contro il tempo che vuole riempire dei vasi vuoti con dei criteri quantitativi: programmi, orari, obiettivi da conseguire tutti allo stesso modo e nello stesso tempo in modo da produrre per lo più un’effettiva perdita di tempo perché gli apprendimenti sono superficiali, di breve durata, ininfluenti sulla vita.

Diritto a un “tempo senza tempo”

Sotto tale prospettiva bisogna rispettare le relazioni tra gli adulti e i più giovani considerando la legittimità, anzi la necessità, di un “tempo senza tempo” secondo cui  “sfruttare il tempo a scuola non significa occuparlo interamente”. Questo è il caso della lettura, una delle attività che caratterizzano la scuola e che dovrebbe andare oltre la scuola, un’operazione per sua natura lenta, impossibile da confinare in ritmi contingentati. A differenza dei mass media e dei social, il libro esige un alto grado di selettività. “Non si può aprire e chiudere un libro come si fa con la radio o la televisione” dice Victor Frankl. “Per un libro occorre una decisione, una scelta; occorre acquistarlo o, quanto meno, prenderlo in prestito; occorre leggerlo, soffermandosi di tanto in tanto per pensare”. […] Il tempo libero utilizzato per leggere non crea motivo di evasione di fronte a se stessi e al proprio vuoto, piuttosto aiuta la persona a rientrare in sé”.

Certo, molto della nostra attività riflessiva l’abbiamo delegata ai computer o ad altre protesi digitali. Nonostante ciò facciamo molte cose, gran parte delle quali in maniera superficiale, dedicando poco tempo alla salute della nostra anima.
Allora ci dovremmo unire alla saggia domanda di Pierre Sansot sul buon uso della lentezza: “È sensato che ci pieghiamo a un processo che dicono irreversibile, non sarebbe meglio se evitassimo tutto quel gran correre, quando non c’è nulla che lo giustifichi?”.
Dico di più, la lentezza è una necessità antropologica, addirittura biologica: abbiamo alterato il ritmo del pensiero, e con esso il ritmo ciclico della natura. È per questo che nel mondo c’è un vuoto di saggezza: l’inquinamento, i disastri ambientali, i grandi conflitti, sono la conseguenza della perdita di domanda sul nostro stare al mondo. Scegliere di non forzare i tempi, di non lasciarsi angosciare dalla fretta, equivale a essere capaci di aprirsi al mondo e di non trascurare se stessi. 

Articolo scritto da Giovanni Capurso, docente di Filosofia e Storia nei Licei baresi, autore dei romanzi di formazione Nessun giorno è l’ultimo (Curcio) e La vita dei pesci (Manni).

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