pillole

Da alcuni anni stiamo assistendo alla crescita smisurata di centri estetici, sostenuti da martellanti messaggi pubblicitari, trattamenti per ottenere corpi stilizzati e in forma. La pubblicità ci promette prodotti capaci di renderci istantaneamente felici. Nella moda infine ritroviamo quell’ “estasi del bello” che ha reso insignificante ogni valore durevole. Un marchio infatti non vende un determinato prodotto quanto un racconto, un immaginario che si rivela al potenziale consumatore, accendendone la fantasia. Questo sistema di mediazione simbolica costituisce la nuova chiave d’accesso per entrare nel migliore dei mondi possibili.
Ma se da una parte la retorica del benessere vorrebbe generare una democratizzazione della felicità attraverso l’accesso alle stesse merci a basso costo, dall’altra costatiamo l’incapacità di saper vivere delle ultime generazioni nell’uso dilagante di ansiolitici, antidepressivi sonniferi, ritenuti capaci di alleviare la sofferenza psichica. L’industria farmacologica ha fatto passi da gigante nei suoi affari da quando, oltre che a curare le malattie, ha iniziato a anch’essa a promettere autostima e felicità: ogni emozione negativa diviene sintomo di malattia e dunque necessita di terapia, ovvero di farmaci del benessere. La ritroviamo anche nella richiesta crescente, oltre che mutata radicalmente, della “cura” degli stati emotivi verso i tecnici della sofferenza: psichiatri, psicologi, psicanalisti. Oltre che essere diventato un fatto centrale nella nostra epoca, evidenzia come la fragilità emotiva sia ormai diventato uno dei tratti tipici della società. Una buona qualità di vita si identifica sempre più in un ottimale stato emotivo.

Alcuni studiosi come Frank Furedi hanno rilevato come il concetto di autostima(self-esteem), che ancora nel Diciassettesimo secolo si riferiva al senso di indipendenza, alla capacità critica o alla caparbietà, e per tutto il Diciottesimo fino alla fine del XX secolo non era mai stato associato ad aspetti emotivi, abbia acquisito una connotazione terapeutica solo negli ultimi decenni: «oggi una scarsa autostima viene associata a varie difficoltà emotive che si dice provochino una serie di problemi sociali, dalla criminalità alle gravidanze precoci».
Come ci spiega Miguel Benasayag, si è prodotto un notevole cambiamento nelle consultazioni rivolte ai clinici: in passato il paziente aveva bisogno di comprendere la radice del proprio male oscuro. Costui era una persona che aveva bisogno di svuotare la propria interiorità, piena di pieghe e risvolti. «Fino alla fine del secolo scorso, – dice – la consultazione psicoanalitica tipica si fondava sulla convinzione(condivisa dal paziente e dal terapeuta) che al cuore della sofferenza del paziente si celasse un significato criptato che avrebbe consentito di spiegare la sua incrinatura(se non di farlo guarire). Il paziente denunciava l’incapacità di comprendere la propria difficoltà a sviluppare certe possibilità nella vita(vita amorosa, genitorialità, rapporto con gli amici, relazione con se stesso…) ed era convinto che in quei possibili che gli erano preclusi o si trovasse la chiave della rottura di una certa “armonia”». In questa prospettiva, si riteneva che in un momento ben preciso della vita del paziente, l’equilibrio con il mondo circostante si fosse spezzato e che perciò bisognava scavare nel suo passato per cercare la causa remota di quella incrinatura. «È in questo senso che una paziente rifiuta, infastidita e arrabbiata, qualunque evocazione dei possibili nella sua vita attuale: poco impronta, dice, ciò che le è possibile fare o non fare nella sua vita presente; la sola cosa che le interessa è capire cosa sia accaduto nella sua prima infanzia e a chi deve il fatto di essere oggi privata di altri possibili, immaginarli o reali».
Al contrario, il nuovo paziente si reca dal clinico per eventi che appartengo al normale ciclo della vita, un senso di colpa dovuto ai dei comportamenti sbagliati, un lutto, una delusione amorosa. Si va dal clinico «come se si andasse da un meccanico per cambiare una componente dell’auto», o da un dentista per un mal di denti. In definitiva, «in seguito ai recenti sviluppi sociali e culturali», scrive Furedi, «si è andata affermando l’idea che gli individui siano incapaci di gestire la propria vita”. Il risultato di tutto questo è un “sé diminuito”, vittima delle emozioni e costantemente bisognoso dell’intervento dell’autorità protettiva e rassicurante.

Curare l’anima

Dunque se vivere da dio è alla portata di tutti, se la felicità è diventata un bene democratico, anzi è in vendita su internet o sui social, perché si sta tanto male?
Gli psicologi, e molto prima la filosofia, ci informano che non solo il corpo si ammala, ma anche la mente perché la mancanza di corrispondenza rispetto ai valori e ai modelli proposti crea un malessere legato all’insicurezza e al disorientamento. Esiste infatti una diretta connessione tra valori incarnati, autostima e benessere interiore. Quel misterioso congegno mentale che è l’autostima, verifica, di volta in volta, la valutazione che abbiamo di noi stessi e la considerazione sociale ottenuta dalla nostra persona. Ad esempio valutazioni del tipo se vado bene a scuola o se riesco nelle relazioni e nel lavoro, possono far peggiorare o migliorare la nostra salute mentale. Se sosteniamo un valore elevato la nostra autovalutazione sarà elevata.
In un contesto così profondamente mutato la psiche degli individui è schiacciata dalla necessità di mostrarsi sempre all’altezza, è costretta a costruirsi una vera e propria corazza caratteriale, e la depressione non è che la contropartita delle grandi riserve di energia che ciascuno di noi deve spendere per diventare se stesso.
Abituati a pensare noi stessi sempre in termini superlativi, siamo perennemente chiamati ad essere migliori di qualcun altro, nel lavoro, tra gli amici, ci sentiamo il dovere di alzare sempre l’asticella delle nostre prestazioni. E tutto ciò ci istiga a sviluppare sentimenti negativi quali invidia, risentimento, rimorso, ecc…

Lo psichiatra svizzero Daniel Hell ritiene che la depressione sia una sorta di grido di aiuto dell’anima contro le immagini smisurate della presunzione. L’anima sente che sono troppo impegnative, che non corrispondono al nostro vero essere e quindi si arrende. Perciò la depressione va inquadrata come un invito ad abbandonare queste immagini superlative senza scivolare nell’autodenigrazione. La conseguenza è immediata: non trovando più in se stessi delle ragioni per vivere, occorrono stimoli sempre più forti sempre più forti per avere la sensazione di esistere. In mancanza d’altro, meglio vivere alla al massimo d’intensità il presente, ciò che la vita offre qui ed ora, perché conoscere se stessi, come invita l’oracolo di Delfi, genera paura.
Ciò vale a maggior ragione per i giovani a causa dell’assenza di prospettive future e la mercificazione dei rapporti umani: se il futuro si è trasformato da “promessa” a “minaccia”, non trovando più in se stessi delle ragioni per vivere, occorrono stimoli sempre più forti per avere la sensazione di esistere. Così molti di loro mirano ad ottenere la gratificazione psichica immediata attraverso la scorciatoia di soddisfazioni artificiali: lo sballo serale, edonismo, atteggiamenti di potenza e di aggressività, trasgressioni, e così via. E le sensazioni non sono mai abbastanza forti. Le droghe, sono il passo ulteriore della ricerca esasperata di soddisfazioni compensatorie immediate per superare l’insopportabile senso di vuoto esistenziale.

Permesso e proibito

Il sociologo Alain Ehrenberg spiega bene come la depressione sia qualcosa di costitutivo in una società come quella moderna, dove le norme della convivenza civile non sono più fondate sui tradizionali concetti di colpevolezza e disciplina interiore, ma sulla responsabilità, sullo spirito d’iniziativa e su quello che ognuno è in grado effettivamente di realizzare. Ciò perché fino agli anni Sessanta, i maggiori conflitti nevrotici che l’individuo si trovava ad affrontare erano riconducibili al conflitto tra il desiderio e la norma che si opponevano alla sua realizzazione, trasgressione e regole sociali. Il comportamento di ognuno si svolgeva in una perenne ricerca di equilibrio tra “ciò che è permesso” e “ciò che è proibito”. Il comportamento dell’individuo era regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione produceva sensi di colpa. Le nuove nevrosi sono dovute alla dicotomia tra il “possibile” e l’“impossibile”, per certi versi ancora più lacerante. Si è depressi non più per il senso di colpa o la sofferenza morale, ma per l’ansia e il senso di inadeguatezza rispetto a ciò che gli altri si aspettano da noi.
Dietro la gran parte dei casi clinici si nasconde una fragilità emotiva dovuta al senso di inadeguatezza rispetto ai mutamenti sociali repentini e troppo grandi per noi. Le vite oscillano elasticamente tra l’aspettativa e la delusione. Le grandi speranze offerte dalle prospettive della globalizzazione si scontrano contro gli spigoli vivi della realtà. Così le delusioni diventato una costante. L’organizzazione della società, del lavoro, della famiglia, della scuola è così complessa da far sentire stanchi e impotenti di una vita di corsa, del vuoto che si sente dentro e che fa sentire aridi. Inibita la dimensione progettuale, viene a mancare la speranza nel domani. La depressione è di conseguenza una condizione che impedisce all’individuo di occuparsi del proprio e altrui domani: sarà così portato a cancellare qualsiasi curiosità del fare, non riuscirà nemmeno a pensare a una dimensione futura per se stesso e per ciò che lo circonda. Non a caso la psichiatria fenomenologica descrive la depressione come un’esperienza di vita in cui uno sente di non aver “più tempo”, di avere il tempo contato e di non aver più spazio al punto che, dopo aver constatato la propria inutilità rispetto a ciò che lo circonda, perde gli adeguati stimoli per affrontare la vita.
L’imponente crescita farmacologica legata alla depressione, dimostra quanto bassa sia la tolleranza a queste nuove forme di sofferenza psichica. Ma non tutte le forme di depressione vanno trattate con i farmaci. Come diceva Jung una corretta educazione è «la migliore salvaguardia contro la malattia psichica». A differenza delle malattie del corpo, le malattie dell’anima posso essere guarite partendo dalla trasformazione dalla percezione che si ha di sé all’interno del mondo in cui si vive. Talvolta è la conseguenza di una ribellione contro un’immagine interiore troppo alta, troppo elevata, l’ossessione per il successo, per la perfezione. In questi casi diventa la richiesta di un ritorno all’equilibrio della nostra anima. Altre volte è dovuta alla mancanza di radici nella storia personale, nella fede, nella forza che dovrebbe venirci dalle figure del padre e della madre, situazioni nelle quali la relazione educativa, il dialogo finalizzato a mettere in luce l’Ombra nascosta, può fare la differenza. E ogni volta che l’insicurezza esistenziale di un giovane viene trattata come un potenziale disturbo psichico da curare, rinunciando ad educare, si rischia di spingere quel giovane a sentirsi inetto e malato.
Una delle più grandi sfide dell’educazione odierna dev’essere quella di abbandonare queste immagini superlative senza scivolare nell’autodenigrazione.

Articolo scritto da Giovanni Capurso, docente di Filosofia e Storia nei Licei baresi, autore dei romanzi di formazione Nessun giorno è l’ultimo (Curcio) e La vita dei pesci (Manni).

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