“Dal che si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie .”

Con questa frase contenuta in La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers (Torino, Marietti 2006) si sintetizzano le numerose riflessioni sul rapporto fra politica e menzogna che la filosofa tedesca Hannah Arendt ha esplicitato in diverse opere.

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La Arendt, infatti, per quanto avesse sempre rifiutato l’etichetta di filosofa e, nello specifico di filosofa politica, ha dedicato la maggior parte dei suoi studi all’ambito politico. Ha spesso ragionato sulla verità e sulla menzogna a partire anche dagli eventi alla quale ha assistito in prima persona.

In Che cos’è la politica? (Torino, Einaudi, 2006) per esempio l’eclettica pensatrice riflette sulla natura della politica, con un carattere introduttivo alla questione. Nonostante non si possa definire la Arendt un’idealista, in quest’opera emerge una visione della politica come opportunità di libertà e di riflessione teorica.

Tra le sue opere più celebri nelle quali esprime il suo pensiero vi è certamente Vita activa. La condizione umana (Milano, Bompiani 2000) nella quale, a partire dall’etica aristotelica e dall’esempio delle polis greche, sottolinea l’importanza dell’agire umano e di come sia fondamentale ripristinarlo all’interno della dimensione politica.

«Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità.» 

Sulla filosofa tedesca è stato anche girato un film dal titolo “Hanna Arendt” diretto da Margarethe von Trotta, che racconta un particolare periodo della sua vita, quello che ha coinciso con il processo al funzionario nazista Adolf Eichmann. La Arendt, infatti, seguì direttamente il processo per conto del New Yorker, processo dal quale nacque la sua controversa teoria sulla banalità del male.

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.”
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme 

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