Quando sentiamo nominare Arthur Schopenhauer il pensiero corre subito al suo innato pessimismo, al suo carattere misantropo e alla vita solitudinaria di studioso che ha sempre condotto.

Con lui si concluderà quella visione filosofica dell’uomo come essere limpido e razionale, che tutto poteva arrivare a svelare grazie ai suoi strumenti conoscitivi.

Schopenhauer, e poi in modo più evidente Freud, riporteranno viceversa l’attenzione sulla parte irrazionale e impulsiva di ogni essere umano, affermando che questa non solo non potrà mai essere completamente svelata dalla ragione, ma anzi costituisce la parte fondante della nostra individualità.

Siamo dunque degli enigmi per noi stessi.

Schopenhauer nacque a Danzica nella prima metà dell’800, figlio di un banchiere e di una scrittrice di romanzi. L’eredità materna fu il grande amore per la letteratura, che sempre lo intrattenne e ne ispirò il pensiero. Dal suicidio del padre invece, trasse probabilmente il suo carattere cupo e malinconico.

Il Mondo come Volontà e Rappresentazione

A circa trent’anni scrisse Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, la sua opera principale, alla quale rimise spesso mano anche negli anni a venire.

Inizialmente l’opera non ebbe alcun successo, poiché il contenuto era decisamente troppo pessimista rispetto al clima hegeliano idealista imperante in quel periodo, basato su una visione ottimista del mondo e della realtà.

La visione di Schopenhauer viceversa, cupa e disillusa, non era certamente ancora matura per quel momento.

Ma quali furono i tratti principali del suo pensiero?

Un brano tratto dalla sua opera principale, Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, ci fornisce un primo approccio:

“I’l mondo è una mia rappresentazione’ questa è la verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, sebbene l’uomo soltanto sia capace d’accoglierla nella sua riflessa e astratta coscienza: e s’egli veramente fa questo, con ciò è penetrata in lui la meditazione filosofica. Per lui diventa allora chiaro e ben certo, ch’egli non conosce né il sole né la terra, ma solamente un occhio, il quale vede un sole e una mano, la quale sente una terra; il mondo da cui è circondato non esiste se non in rapporto ad un altro, ovvero a colui che se lo rappresenta (…)
Nessuna verità è dunque più certa di questa: che tutto ciò che esiste per la conoscenza, – dunque questo mondo intero – è solamente oggetto in rapporto al  soggetto,  intuizione di  chi  intuisce;  in  una  parola: rappresentazione.”

Cosa ci sta dicendo in questo brano?

Che il mondo che vediamo e consideriamo reale, è solo frutto della nostra percezione. Esiste letteralmente solo dentro la nostra testa, filtrato tramite i sensi per permetterci di muoverci e “mappare” la realtà.

Questo brano è importante perchè mostra come Schopenhauer, proprio come dopo farà Freud, analizzerà solo ciò di cui possiamo avere conoscenza diretta, ovvero la nostra percezione della realtà, vera o falsa che sia.

Uno dei fattori che ha certamente reso interessante il pensiero di Schopenhauer, sta nell’aver ispirato Freud nell’elaborazione del suo concetto di “inconscio”.

I predecessori

I filosofi che principalmente ispirarono il pensiero schopenhaueriano furono due.

Il primo è Platone, da cui trasse il presupposto secondo il quale il mondo è pura apparenza, un’ombra ingannevole, dietro alla quale si trova una realtà di cui l’uomo non può fare esperienza diretta finché sarà in vita.

Il secondo filosofo che ne ispirò il pensiero fu poi Immanuel Kant. Infatti Il Mondo come Volontà e Rappresentazione si fonda esattamente sulla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno.
Questi due concetti descrivono i due livelli conoscitivi del reale: il fenomeno è la realtà immediata, percepibile attraverso i nostri sensi, mentre il noumeno è la realtà autentica e retrostante, alla quale l’uomo non può avere accesso diretto.

É interessante notare come la filosofia ed il pensiero pessimista di Schopenhauer ebbe un esatto corrispettivo letterario in Italia nell’opera di Giacomo Leopardi:

non esiste una persona felice eppure, per tutta la vita, si aspira ad una presunta felicità, che di rado si raggiunge e, se la si raggiunge, è solo per esserne delusi: la regola è che alla fine ognuno giunge al porto avendo fatto naufragio. Ma allora è indifferente essere stati felici o infelici, in una vita fatta solo di presente, e che in un attimo, ha fine”.

Schopenhauer è chiaramente il suo equivalente filosofico e la filosofia retrostante agli scritti letterari di Leopardi è esattamente la stessa del filosofo di Danzica. I due tuttavia non vennero mai direttamente in contatto.

Ultimo grande punto di riferimento per Schopenhauer fu la spiritualità indiana, di cui conobbe però solo alcuni scritti come le Upanishads, di cui fraintese però molti concetti di base.

Questa filosofia ai suoi tempi era ancora poco conosciuta, e fu lui uno dei primi a studiarla e ad interessarsene.

I tre postulati

Tornando alla visione della realtà secondo Schopenhauer, per l’uomo è possibile avere unicamente una percezione soggettiva e interna alla coscienza di ciò che lo circonda.

Esistono tuttavia nel suo pensiero tre postulati: spazio, tempo e causalità, quest’ultimo, definito come “principio di ragion sufficiente”, indica la catena di causa – effetto che lega ogni evento della realtà.

Queste tre forme a priori della conoscenza secondo Schopenhauer delineano la nostra rappresentazione fenomenica soggettiva. Questo presuppone quindi, che non si può sapere se davvero spazio, tempo e causalità esistano al di fuori della nostra rappresentazione della realtà.

Ciò che l’uomo dovrebbe fare attraverso la speculazione filosofica, è tentare di squarciare tale rappresentazione, che Schopenhauer chiama velo di Maya, citando un’antica divinità indiana che nasconde la verità all’uomo.

Il fenomeno che abbiamo davanti agli occhi è come uno stato onirico, che bisogna tentare di superare.

Tuttavia, nonostante tutte le illusioni e gli inganni perpetrati dai sensi, l’uomo può cogliere una verità nel profondo della propria interiorità: dentro di noi esiste una forza innata, potentissima, che ci spinge a volere e a desiderare.

La Volontà di vivere

Dice Schopenhauer a tale proposito: “lintima essenza delle cose è estranea al principio di ragione. Essa è la cosa in sé, e questa non è altro che Volontà; la quale è perché vuole e vuole perché è. La Volontà è in ogni essere la realtà assoluta”. (tratto da Parerga e Paralipomena)

Si tratta di una Volontà pura, immanente, senza una logica e senza uno scopo che porta a desiderare irrazionalmente di perpetuare la vita e con essa la sofferenza.

Questo è il concetto di base dal quale Freud attingerà poi la sua definizione di inconscio.

La Volontà è l’unica vera forza che si cela dietro l’apparenza del reale. Si trova in ogni essere vivente, ed è costituente di tutta la materia. É quindi un’energia irrazionale che si sottrae per sua natura alle tre forme a priori della mente: tempo, spazio e causalità.

Essa non è legata al concetto di spazio: è ovunque, è infinita e permea sia la materia animata che quella inanimata.

È eterna perché non è vincolata al concetto di tempo. Non è sottoposta al concetto di causalità, perché è totalmente irrazionale, e quindi svincolata da ogni principio logico di causa – effetto.

La vita è fine a se stessa e quindi scienza, filosofia e religione sono solo dei inganni nella misura in cui tentano di trovare un ordine ed uno scopo nel mondo.

Il fatto che la Volontà di vivere sia l’unica forza dietro alle apparenze, mostra secondo Schopenhauer come ogni cosa esistente nasca dal desiderio. Questo a sua volta implica un vuoto, una mancanza. E la mancanza che genera il desiderio, nasce dal dolore che l’uomo costantemente avverte per sua natura. Più è grande la capacità razionale, e più grande sarà il dolore percepito.

Il piacere che saltuariamente sperimentiamo, in questa prospettiva è costituito unicamente dalla cessazione momentanea del dolore.
Dopo aver patito grande fame ad esempio, mangiando, si darà sollievo alla sofferenza provata prima, attraverso il gusto verso il cibo. Il piacere è quindi solo una breve pausa dal dolore. Il piacere anzi, deriva dal dolore. Se non c’è dolore prima, non può esserci nemmeno piacere dopo.

Esiste uno squilibrio innato tra piacere e dolore, poiché il piacere esiste solo in seguito al dolore, mentre il dolore esiste sempre e comunque, a priori e autonomamente rispetto a qualsiasi cosa.

“Non c’è rosa senza spine, ma ci sono molte spine senza rose.” Questa è una frase di Schopenhauer che ben riassume questo concetto.

Le tre forme di ottimismo

Esistono tre forme di ottimismo secondo Schopenhauer da cui veniamo ingannati.

L’ottimismo cosmico

È la forma di pensiero che vede il mondo come ordinato e strutturato logicamente, come suggerisce ad esempio la filosofia hegeliana. Secondo questa prospettiva, il mondo è conoscibile razionalmente, nulla ci resta velato, persino il concetto di Dio può esser completamente compreso.

L’ottimismo storico

È  l’idea secondo la quale la storia procede verso il bene e verso uno scopo finale. Un progresso costante, che porta l’uomo verso un continuo miglioramento della sua vita e della sua condizione interiore.

L’ottimismo sociale

Crede che l’uomo sia buono e portato spontaneamente a vivere coi suoi simili. Un esponente di tale punto di vista fu ad esempio J. J. Rosseau, secondo il quale l’uomo è naturalmente portato all’amore ed alla collaborazione con i suoi simili in vista di un futuro collettivamente migliore.

Le tre vie di salvezza dal dolore

Schopenhauer auspica una soluzione che salvi l’umanità in modo globale dal dolore e dalla sua condizione di ignoranza attraverso tre possibili soluzioni, che consistono sostanzialmente dal passare dalla voluntas (dal desiderio) alla noluntas (la “nolontà”).
È una parola che esiste solo in latino, ma pur non essendo traducibile in italiano, il senso è molto chiaro: bisogna imparare a non desiderare più nulla.

1. L’arte

La prima forma di salvezza è costituita dall’arte. Essa ci aiuta a liberarci dalla Volontà, perchè ci distacca dai desideri e dai bisogni terreni.

I desideri e le illusioni che vediamo attraverso il velo di Maya, vengono annullati dalla contemplazione artistica. L’arte va oltre la razionalità, ci incanala verso una dimensione più alta, verso la contemplazione della pura Bellezza intesa in senso platonico, come qualcosa quindi che trascende il mondo umano e dona una beatitudine sufficiente a distaccare l’anima da qualsiasi patimento.

L’arte ha quindi una funzione catartica.

Schopenhauer definisce l’uomo posto davanti all’opera d’arte come un “puro occhio contemplante”, nel senso che in quel momento esiste solo la pura funzione visiva, mentre le altre funzioni sono assopite nel piacere della contemplazione.

L’arte per eccellenza in questo senso è la musica, metafisica pura in grado di staccarci dal mondo, definita dal filosofo come l’opera senza forma per eccellenza, ma proprio per questo, più potente e pervasiva di tutte le altre.

L’arte tuttavia dona sempre un sollievo a breve termine, finito il momento di contemplazione, ritorna il dolore.

2. La morale

La seconda forma di salvezza è costituita dalla morale.

Per Schopenhauer, la morale scaturisce da un sentimento di pietà verso il dolore altrui.

Attraverso la com-passione (patire assieme), la percezione della comunanza e fratellanza di ogni essere umano attraverso il dolore, l’uomo si eleva verso quella qualità morale espressa dalle due virtù cardinali: la giustizia e la carità.

La giustizia rappresenta il tentativo di essere corretti nei confronti altrui, ci porta quindi ad agire per il bene del prossimo, poiché si desidera non arrecare ulteriore dolore. É quindi, nel linguaggio filosofico, una virtù negativa nel senso che consiste in una non azione o azione passiva.

La carità agisce direttamente per aiutare il prossimo. Ci porta ad essere altruisti in modo autentico, solo per il puro piacere di vedere alleviate le sofferenze altrui, attraverso la forma più nobile di morale. Si tratta, contrariamente alla compassione, di una virtù positiva nel senso che sottintende un’azione attiva.

Il problema è che anche questa seconda forma di salvezza non è duratura. Si resta comunque ancorati alla vita e al dolore.

3. L’ascesi

La terza forma di salvezza, l’ascesi, rappresenta invece la soluzione definitiva.

Per i monaci e gli asceti anacoreti dei primi secoli dopo Cristo, questa era la via della privazione, della rinuncia totale a tutti i desideri materiali, poiché solo dopo aver assopito definitivamente la radice del desiderio è possibile smettere di soffrire.

Bisogna addirittura, secondo Schopenhauer, sforzarsi di desiderare una condizione spiacevole. Come si fa?

Esattamente come facevano gli antichi monaci, che andavano nel deserto per dimenticare il proprio ego e la capacità di provare desideri, sapendo bene di andare incontro ad un cambiamento radicale.

Solo così si può arrivare all’ascesi, alla pace dal desiderio, alla noluntas, che Schopenhauer descrive paragonandola al Nirvana indiano.

In tutte e tre queste forme di distacco dal dolore, c’è di comune il fatto che l’io, il proprio ego, viene dimenticato. Dimenticato tramite l’arte, poi tramite la morale e infine tramite l’ascesi e la rinuncia ad ogni desiderio.

L’ego si dovrebbe dissolvere in una sorta di pace eterna.

La grande differenza che intercorre tra la concezione del dolore nell’ottica di Schopenhauer rispetto a quella della filosofia indiana presente nelle Upanishads, sta nel fatto che nella tradizione orientale l’origine del dolore umano sta nell’incapacità di accettare il continuo mutamento della realtà.

Uno dei suoi passi recita infatti che:

l’uomo teme il divenire, il cambiamento, e male accetta la sua natura caduca. Questo perchè possiede un’anima, una dimensione interiore che aspira all’infinito. Quindi semplicemente quando l’uomo imparerà a non temere più il cambiamento, smetterà di soffrire poiché non si sentirà più vincolato a nulla. Sono i legami con ciò che siamo destinati a perdere che causano dolore. Ecco perchè il distacco dell’anima  tramite la meditazione e l’ascesi sono le vie di liberazione: riportano l’anima alla riunione con ciò che è eterno”

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