“Questo libro ha per argomento la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la “teoria della ghianda”, l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.”

Esiste il destino? Abbiamo una vocazione innata che, se ascoltata e coltivata può portarci alla piena realizzazione di noi stessi?
Per James Hillman la risposta è sì, e nel corso della sua opera Il codice dell’Anima, ci spiegherà il perché.

james hillman e il codice dell'anima

Studioso e psicologo americano, fu allievo di Jung a Zurigo e fondò quella che in seguito verrà definita la psicologia archetipica.
Quest’ultima, con le sue riflessioni, ha gettato una luce completamente nuova sulla psicanalisi, attraverso una profonda riconsiderazione della mitologia e della psicologia tradizionale.

Per spiegare la sua teoria, Hillman parte dal mito platonico di Er, secondo il quale la nostra anima prima di giungere sulla terra sceglie quale sarà il suo scopo nel mondo. Per realizzarlo, le verrà affiancato un daimon (una sorta di angelo custode se volessimo tradurlo in una grammatica a noi più nota), il quale avrà il compito di guidarla e indirizzarla verso quella che sarà la sua vocazione. Per gli antichi greci, il daimon era infatti una figura di connessione fra l’umano e il divino.

Una volta incarnata l’anima purtroppo non conserva memoria di tutto questo.

Ma nonostante ciò, anche se non consciamente, la presenza del suo daimon le permetterà di tendere verso la forma che ha scelto prima di nascere: gli stimoli esterni, la famiglia e la cultura in cui il bambino si ritrova immerso, fungeranno da stimolo per capire se le sue azioni sono conformi o meno alla sua vocazione.

La teoria della ghianda

L’immagine della ghianda si presta perfettamente a descrivere questo concetto: seppur piccolissima, contiene in sé la globalità perfettamente definita dell’intera quercia.

Se i fattori esterni glielo concederanno, quella sarà la sua massima realizzazione.

ghianda_frutto quercia

James Hillman porta come esempio una lunghissima selezione di personaggi famosi: Judy Garland, Hannah Arendt , Quentin Tarantino, Gandhi e molti altri si susseguono nella sua analisi e dimostrano attraverso le loro storie, il modo in cui hanno realizzato loro vocazione interiore.

Sin dall’infanzia il loro daimon gli ha dato infatti delle peculiarità, inclinazioni e passioni che gli hanno permesso di portare alla luce ciò che avevano dentro da sempre.

Si tratta di un totale cambio di prospettiva del punto di vista della psicologia tradizionale: se per l’impostazione freudiana l’individuo nasce come tabula rasa e forma la propria mente a seconda degli stimoli esterni che gli si propongono innanzi, per Hillman avviene l’opposto.
Le esperienze sono occasioni di volta in volta funzionali o contrarie alla realizzazione di ciò che ognuno si porta dentro.

Daimon e vocazione

Un capitolo interessante è dedicato a quella che Hillman definisce la “superstizione parentale”: quanto è incisiva l’influenza dei genitori sullo sviluppo del bambino?

Anche qui, il paradigma tradizionale viene completamente sovvertito. Nascere in un determinato contesto e con quei particolari genitori, non è frutto del caso.
Il daimon sceglie in anticipo la situazione che meglio permetterà l’esplicarsi della propria vocazione.

A volte vivere situazioni difficili o addirittura traumatizzanti può essere fondamentale per comprendere la nostra vocazione, poiché potrebbe essere l’unico modo possibile affinchè la nostra unicità si riveli.

Il lavoro del terapeuta, inteso in questa prospettiva, sarà quindi non più la ricerca del trauma infantile da rievocare ed esorcizzare, ma la scoperta tramite l’analisi di quella che è la nostra vocazione, per assecondarla e realizzarla.

Daimon e il problema del male

Tra tutti i personaggi che Hillman prende in considerazione, ad uno viene dato un ruolo di particolare rilievo: Adolf Hitler.
La sua figura è emblematica in quanto suscita la domanda sulla natura del male: può la ghianda essere malvagia?

L’olocausto commesso da Hitler non è paragonabile ai delitti comuni poiché è stato generato da un’adesione collettiva al sistema di credenze proposto dal nazismo.  

Hillman pone Hitler in uno stato di passività rispetto alla sua ghianda: questo cattivo seme non ha trovato opposizione nella persona che lo ospitava, Hitler è stato totalmente succube della sua vocazione al male, come se fosse un’entità distinta, verso la quale non aveva il potere di opporsi.

Quello che è successo nel suo piccolo ad Hitler, è successo in grande al popolo tedesco: ambedue hanno recepito il male senza avere la capacità di opporvisi. L’hanno semplicemente accolto. Visto così, il vero mistero sembra essere non tanto il male in sé ma l’innocenza collettiva che gli ha permesso di dilagare.

La natura umana, come già Freud aveva osservato, ha un’innata propensione alla violenza e alla distruzione. Tutti abbiamo una controparte di ombra, che in alcuni casi resta latente e controllata, mentre in altri emerge fino a prendere il sopravvento in ogni azione, come nel romanzo Il dottor Jekyll e Mr. Hide.

Hitler, con il suo immenso olocausto, desiderava epurare il mondo dal male, ma senza riuscire a sua volta a vedere il male da cui lui stesso era posseduto.

Considerando tutto questo, se un’anima nasce affiancata da una vocazione alla pura malvagità, quale sarà il modo per impedirle di nuocere?

Hillman suggerisce che l’unica possibilità sia l’autoconsapevolezza e lo spirito critico. Il bambino dovrebbe essere sin da subito sensibilizzato a riconoscere e mitigare la sua spinta distruttiva, così che crescendo mantenga attiva la capacità di riconoscere e correggere la sua negatività. Hitler non era assolutamente in grado di controllare le sue azioni. Agiva sotto un impulso assolutamente privo di autoconsapevolezza.

Per concludere, il “cattivo seme” può essere arginato e corretto, ma va riconosciuto per tempo e guidato nella giusta direzione. Hitler resta una figura archetipica, una possibilità che di fronte alle condizioni favorevoli rischia sempre di tornare a concretizzarsi.

Conclusioni

Il codice dell'animaIl messaggio principale che Hillman ci propone attraverso le pagine della sua opera, ci riporta quindi sulle orme di Socrate: conosci te stesso. Presta orecchio ai tuoi bisogni innati, alle tue inclinazioni, e segui la tua vocazione anche se le condizioni esterne sembrano opporsi alla sua realizzazione. Nessuno di noi nasce senza scopo.

Bisogna solo restare aperti verso la propria interiorità.

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