A settembre ho incontrato, finalmente in presenza, i miei alunni della classe terza della scuola secondaria di primo grado. I ragazzi non entravano nella loro aula da sei mesi e li ho visti cresciuti fisicamente e più controllati nel manifestare i loro stati d’animo, segnale evidente di una maturazione personale avvenuta tra la primavera e l’estate.
Hanno seguito le regole dettate da noi insegnanti, sono entrati in ordine e nelle situazioni di movimento hanno utilizzato la mascherina. I collaboratori scolastici li hanno accolti nei diversi ingressi dell’istituto e indicato loro i percorsi da seguire per raggiungere l’aula.
I ragazzi hanno notato i banchi diversi, meno nuovi (in attesa di quelli monoposto infatti ne sono stati recuperati alcuni ormai dismessi) ma più adatti alle attuali esigenze.
Nell’aula erano rimaste tante tracce della loro presenza e con ordine hanno preso le cose che a marzo non avevano avuto il tempo di portar via.
Abbiamo parlato del tempo trascorso e del tempo presente… Il tempo di ognuno di loro, di ognuno di noi che diventerà il tempo della pandemia da Covid-19 destinato a essere ricordato nei libri di storia. “Sembra un mese fa e invece sono passati già sei mesi” ha detto un alunno. Un primo giorno fatto di domande, desideri, preoccupazioni personali e collettive.

ragazzo con mascherina a scuola

L’esperienza della didattica a distanza

In questo primo mese di scuola abbiamo parlato dell’esperienza della didattica a distanza e ho proposto alla classe un laboratorio.
Ho notato che alcuni avevano difficoltà a raccontare in prima persona ciò che avevano vissuto e allora abbiamo costruito insieme l’identikit dello studente a distanza, uno che li rappresentasse tutti.
L’ho disegnato alla lavagna e anche i ragazzi lo hanno disegnato nel loro quaderno.
Ho chiesto di elencare le sue caratteristiche e senza esitare con tanti aggettivi hanno dato vita a uno studente connesso, timido e spaventato, deconcentrato, disorientato, nervoso e confuso, triste, indaffarato e stanco, annoiato, stressato, un po’ addormentato ma anche socievole, maturo e divertito. Lo hanno descritto in uno di quei giorni della primavera scorsa: i suoi orari, più o meno regolari, la frequenza delle lezioni, non sempre costante, le distrazioni, il telefonino a portata di mano, il senso di solitudine e tristezza per la lontananza dai compagni, il tempo passato davanti alla tv o a giocare con i videogiochi.
Un adolescente un po’ contraddittorio nel quale tutti si sono ritrovati.
I ragazzi si sono ascoltati, guidati ad evitare commenti o giudizi e credo che in questa fase sia stato importante raccontarsi, anche se attraverso un personaggio immaginario e riuscire a verbalizzare quello che hanno vissuto.
È un lavoro che per ora si ferma ad un primo livello perché forse è troppo presto per dare un significato a un’esperienza ancora viva e che purtroppo non è escluso, vista la situazione, che i ragazzi e noi insegnanti ci troveremo a rivivere.

Progetti futuri e orientamento scolastico

In questo primo mese di scuola ho percepito che i ragazzi non avevano voglia di stare con la mente nel passato e tra le attività che ho progettato per il primo quadrimestre ho pensato ad un percorso di orientamento, che prosegue e approfondisce la conoscenza di se stessi iniziata il primo anno della scuola media.
Uno dei temi più importanti che gli alunni della scuola secondaria di primo grado delle classi terze si ritrovano ad affrontare è la scelta delle scuole superiori.
L’idea del percorso nasce da un bisogno espresso dalla maggior parte degli alunni che già dai primi giorni di scuola dichiarano apertamente di non sapere “dove andare” e quale sia la scuola più adatta a loro.
Il percorso è suddiviso in tre momenti: in questa prima fase abbiamo lavorato sulla capacità di analizzare i propri successi o insuccessi scolastici.
Li ho invitati a costruire una semplice tabella da colorare che mettesse in evidenza punti di forza e punti di debolezza nelle diverse discipline e l’abbiamo condivisa.
Ho fornito alcune informazioni generali, ad esempio la distinzione tra le materie umanistiche e quelle scientifiche. Premesso che l’insegnamento della matematica e dell’italiano sono fondamentali in qualsiasi tipo di scuola, una delle prime domande che ho fatto è stata: preferisci le cosiddette “umanistiche” (italiano, storia, i contenuti storici di arte e immagine e di musica) oppure matematica e scienze, in cui i numeri predominano sicuramente?
In modo operativo hanno diviso un foglio in due colonne e scritto da una parte tutte le professioni che, secondo loro, richiedono principalmente competenze linguistiche e comunicative (cioè si basano sulla capacità di parlare e scrivere bene, di formulare e trasmettere le proprie idee in modo chiaro ed efficace…), dall’altra le professioni fondate soprattutto sulle competenze logico-matematiche (non solo saper fare bene i conti, ma utilizzare il linguaggio dei numeri in tutti i suoi aspetti per descrivere situazioni, formulare ipotesi, risolvere problemi…).
Hanno avuto molte incertezze e ci siamo confrontati insieme sulle professioni che trovano più interessanti.
A questo punto è stato importante far capire loro come è strutturato il sistema scolastico italiano e ho chiarito la distinzione tra licei, istituiti tecnici e professionali.
Nel mese di novembre il percorso proseguirà con un lavoro sulle aspirazioni personali, nonostante il periodo di incertezza che stiamo vivendo e sperando di riuscire a continuare a fare l’unica vera scuola, quella in presenza.

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