Elogio della lentezza. Poetica del tempo perduto

 

Pubblicato il: 23 Agosto 2018 | Ultima modifica: 10 Agosto 2025


Nei giovani e nei giovanissimi riscontriamo una fretta compulsiva, un bruciare le tappe naturali che la vita richiederebbe per crescere. Del resto nell’abbondanza di informazione di cui gode la nostra società, credono di trovare le risposte semplicemente con un click su internet o immediatamente la visibilità attraverso i social, senza soffermarsi sulle domande fondamentali che la vita pone come condizione necessaria per conoscere se stessi. Perché, in fondo, quell’intervallo che passa tra la domanda e la risposta è stato ciò che ha determinato lo sviluppo dell’Occidente.

Studiare, leggere, pregare, fare una passeggiata, tutte quelle cose che appartengono alla poetica del vivere quotidiano nella nostra cultura efficientista vengono considerate con sospetto. Inutili perdite di tempo.

In particolare lo studio non è più attraente perché significa dedicare parte della nostra vita a pensare, intrattenere rapporti con la parte più spirituale di noi. Manca la voglia di ripiegarsi, guardarsi dentro, ricordare, riflettere, almanaccare su concetti, astrazioni, sentimenti. Mentre la corsa sembra essere l’unica metafora che contraddistingua l’uomo postmoderno.

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1. Il tempo e la modernità: dall’attesa alla corsa

In un romanzo di Kundera, La lentezza, il protagonista nota nello specchietto retrovisore un conducente che vorrebbe superarlo e riflette: “La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”. Poco dopo si chiede: “Perché è scomparso il piacere della lentezza?”. Kundera coglie bene come uno dei temi fondamentali della nostra epoca sia il modo di percepire il tempo.

La lentezza ha caratterizzato buona parte della nostra civiltà preindustriale, i suoi stili di vita, le abitudini, le ritualità. Il lavoro e la vita erano ritmati dal ciclo inesausto della natura. L’impazienza era legata all’età infantile, mentre la capacità di attesa dell’adulto era segno di saggezza. Poi sono arrivate le prime lampadine, le auto, gli aerei e infine la rivoluzione digitale, con cui è possibile entrare in contatto con gli altri in tempo immediato. L’uomo contemporaneo ha capito che il tempo è il bene più prezioso, eppure sembra non averne più per sé.

La modernità nasce con la dittatura dei ritmi della vita: tutto va vissuto su appuntamento, perché la cultura dell’“adesso” ci chiede di correre affannosamente fino a cancellare i tempi del riposo e del silenzio. Tutto ciò che “rallenta” viene visto come perdita di qualcosa.

2. L’educazione come resistenza alla velocità

Le nostre esistenze si sono tramutate in “vite di corsa”, parafrasando Bauman. Abbiamo creato una società ipercompetitiva, con un processo produttivo che sforna continuamente nuove merci, richiedendo al consumatore un continuo adeguamento. Il tempo non è più ciclico o lineare, ma “puntillistico”, frammentato, con la conseguenza che i frammenti prendono il sopravvento e diventa difficile creare narrazioni e sequenze evolutive.

L’uomo contemporaneo è inquieto per il rischio di non riuscire a costruirsi del tempo da dedicare a sé. Manca il tempo come se mancasse l’ossigeno e, quando c’è, lo si insegue in modo ansiogeno. Attendere è diventato un lusso. Il tempo non è più vissuto, ma inseguito, generando una crisi nei ritmi intimi dell’identità.

La lentezza dovrebbe essere un modello pedagogico. Joan Domènech Francesch, direttore di una scuola primaria di Barcellona, propone una “decelerazione” dell’educazione, rispettosa dei ritmi di apprendimento di ciascun alunno: “L’educazione è, per sua natura, un’attività lenta […] Dobbiamo iniziare a rallentare il passo e i ritmi, a rivedere un tempo nel quale possiamo assaporare gli apprendimenti e i progetti”.

Spinte dal profitto e dall’equazione “il tempo è denaro”, le riforme scolastiche hanno imposto accelerazione, sovraccarico e pressione sul tempo, trasferendo anche ai più giovani la disumanizzazione della vita adulta. Le riforme hanno spezzato il tempo in moduli rigidi, ostacolando un approccio interdisciplinare.

3. Ritrovare il tempo dell’anima

Una scuola che vive nella dittatura del tempo tende a far sparire l’educazione profonda e rende difficile anche la formazione tecnica: nella sequenza di apprendimenti, se si perde il primo, è difficile recuperare. L’educazione è invece un processo qualitativo che dovrebbe formare “teste ben fatte” (Morin) piuttosto che riempire vasi vuoti secondo criteri quantitativi. Questa corsa genera perdita di tempo, perché gli apprendimenti restano superficiali e di breve durata.

Bisogna rispettare le relazioni tra adulti e giovani, considerando la necessità di un “tempo senza tempo”: “Sfruttare il tempo a scuola non significa occuparlo interamente”. È il caso della lettura, attività lenta che non può essere confinata in ritmi contingentati. A differenza dei mass media e dei social, il libro esige selettività: “Non si può aprire e chiudere un libro come si fa con la radio o la televisione” dice Victor Frankl. “Per un libro occorre una decisione, una scelta; occorre leggerlo, soffermandosi di tanto in tanto per pensare”. Il tempo libero usato per leggere non è evasione, ma rientro in sé.

Allora dovremmo unirci alla domanda di Pierre Sansot: “È sensato che ci pieghiamo a un processo che dicono irreversibile? Non sarebbe meglio evitare tutto quel gran correre, quando non c’è nulla che lo giustifichi?”.

La lentezza è una necessità antropologica e biologica: abbiamo alterato il ritmo del pensiero e quello della natura. Nel mondo c’è un vuoto di saggezza: inquinamento, disastri ambientali e conflitti derivano dalla perdita di domande sul nostro stare al mondo. Scegliere di non forzare i tempi significa aprirsi al mondo senza trascurare se stessi.

La cultura, in quanto lentezza, è anche saggezza. In particolare la formazione umanistica offre un apporto importante per vivere in modo più riflessivo, soprattutto nella gamma delle esperienze e dei sentimenti umani, qui ed ora come nel passato. Questo ci fa comprendere meglio interessi e bisogni degli altri, permettendoci di trattarli con rispetto e comprensione anche se le loro scelte o esperienze sono diverse dalle nostre.

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