L’esule come incontro con l’altro

 

Pubblicato il: 1 Settembre 2021 | Ultima modifica: 6 Agosto 2025


Ogni giorno migliaia di persone, uomini, donne e bambini affrontano il mare diretti verso il nostro Paese e con mezzi di fortuna sperano di poter raggiungere le coste italiane. Partono dalle loro terre ignari di quello che troveranno e di quanto potrebbe rivelarsi difficile e molte volte tragico il viaggio.

A spingerli a partire è la situazione che vivono nei loro paesi d’origine, fatta di miserie, guerre e morte. Desiderano un futuro diverso e migliore per se stessi e per i propri figli.

Dopo aver analizzato nell’articolo “Accoglienza e ospitalità tra filosofia e letteratura” i due esempi opposti di rapporto con l’ospite riportati nell’Odissea e l’ospitalità nel mondo greco, vista da Platone, in questo secondo articolo l’attenzione è rivolta allo stato d’animo di chi è ospitato ed è spesso in una terra straniera per costrizione e alla relazione che si instaura con chi ospita, attraverso testimonianze letterarie e filosofiche.

L’esule nella letteratura medievale e contemporanea

Tu lascerai ogni cosa diletta
più caramente: e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

(Dante, Divina Commedia, Paradiso canto XVII vv.55-59)

La condizione di esule porta con sé una storia di grande sofferenza per la lontananza dalla propria patria, per la nostalgia degli oggetti, delle persone e degli affetti a cui si è legati.

La letteratura riporta numerose situazioni autobiografiche di esilio: una delle più famose è la vicenda di Dante. È nel diciassettesimo canto del Paradiso che il colloquio tra Dante e il suo antenato Cacciaguida rivela la situazione futura del poeta. Dante rievoca le oscure predizioni che gli erano state fatte mentre scendeva i cerchi dell’Inferno o saliva i balzi del Purgatorio.

È pervaso dalla tristezza e allo stesso tempo pronto ad affrontare il suo destino, ma vorrebbe sapere qualche dettaglio in più per prepararsi alla prova.
Dovrà lasciare le cose più care e proverà l’amarezza di dover chiedere soccorso e sperare nell’aiuto degli altri. Troverà una dimora ospitale a Verona dove il signore della città si rivelerà accogliente e protettivo.

Così, non guardarmi come un intruso.
Così, non umiliarmi col tuo sguardo.
Che cosa dunque credi? Tu niente sai di me.
Né da dove vengo…
La via che ho percorso
Non l’ho percorsa certo per mia scelta.
Non pensare che, ospite indesiderato,
mi sia accostato alla tua mensa
per il profumo di un pezzo di pane.
[…]
Sappi solo che anche per me esiste una patria
e che conto i giorni nell’attesa che la via torni
a spianarsi verso di essa.
Ascolta ancora questo e nient’altro:
che al mio paese l’ospite è caro
quanto la propria anima.

(Nemât Mirzazadeh, poeta iraniano contemporaneo)

Il poeta si rivolge direttamente a coloro che vivono nello stato in cui si è rifugiato ed esprime tutta la difficoltà della sua condizione.
L’esule ha lasciato il paese d’origine per cercare la libertà, abbandonare la propria patria non è una scelta e sente di essere spesso un ospite indesiderato.

Degli esuli ignoriamo le storie, il passato, la vita che conducevano nelle loro case e a quali affetti stanno rinunciando. In realtà non desiderano trattenersi in terra straniera più del necessario, né infastidire i cittadini del Paese che li accoglie. Vivono con nostalgia.

Negli abitanti del luogo in cui arrivano manca talvolta l’interesse nei confronti dell’altro e prevale il pregiudizio sul diverso.

L’altro nella filosofia

Lévinas è il fondatore della filosofia dell’altro. Il suo pensiero si può definire post-filosofico in quanto si ha il superamento della visione riduttiva dell’uomo come essere pensante.

L’Altro è per Lévinas l’altro soggetto umano e ogni definizione e descrizione precisa risulta inadatta.

Jacques Derrida ravvisa proprio nell’opera di Emanuel Lévinas, in particolare in Totalità e Infinito, una prima formulazione dell’etica come ospitalità: l’accoglienza è condizione fondante dell’io stesso che esiste solo nel momento in cui è chiamato a rispondere all’altro.

L’incontro con l’altro mette in discussione molte delle certezze costruite nel tempo che infondono sicurezza al nostro io ma a questo può seguire un momento costruttivo quando si sviluppa la responsabilità nei confronti dell’altro, dello straniero in condizione di debolezza, spesso minore, orfano e non accompagnato.

Come si può rimanere sordi all’appello di coloro che oggi, in modo frettoloso e semplicistico, sono etichettati come clandestini, profughi, apolidi e non cercare una risposta etica?

L’importanza della mediazione

Incontrare l’altro non è sempre facile, ma è un passaggio fondamentale per crescere. Ogni relazione, soprattutto all’inizio, può presentare difficoltà: diffidenze, incomprensioni, differenze che sembrano insormontabili. Proprio in queste sfide si nasconde la possibilità di un arricchimento reciproco e di uno sguardo nuovo sul mondo.

In questo processo, il ruolo della mediazione è centrale. Alcune persone, per inclinazione o esperienza, sanno ascoltare più a fondo, accogliere le differenze senza paura e creare ponti dove altri vedono muri. Sono figure preziose, capaci di trasformare il conflitto in dialogo e la distanza in possibilità di incontro.

Al rientro a scuola, proporrò ai ragazzi di terza media un laboratorio sull’accoglienza, con l’obiettivo di riflettere insieme sul significato dell’accoglienza. Attraverso racconti, film, domande filosofiche e attività collaborative, ci interrogheremo su cosa significhi davvero “incontrare l’altro” e su quali strumenti possiamo attivare per renderlo possibile.
Voglio offrire loro uno spazio di confronto autentico, dove ciascuno si senta libero di esprimersi e ascoltato, per imparare a convivere nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze.

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