L’ultimo libro di Vittorio Lingiardi “Farsi male” (Einaudi, 2025) apre uno spazio di riflessione su una delle esperienze più comuni e insieme più enigmatiche dell’esistenza umana: la sofferenza autoinflitta, quella tendenza oscura che ci porta a sabotare la nostra stessa felicità.
Lingiardi ci accompagna in un territorio dove il dolore smette di essere un semplice oggetto di diagnosi per diventare esperienza di senso. Qui emerge la valenza filosofica di questo lavoro: l’autore adotta una prospettiva che potremmo definire fenomenologica ed ermeneutica, riconoscendo che il dolore non è riducibile a un dato biologico né a una mera disfunzione psichica, perché è un’esperienza che chiede di essere compresa, interpretata, narrata.
Titolo: Farsi male. Variazioni sul masochismo
Autore: Vittorio Lingiardi
Editore: Einaudi
Anno: 2025
Pagine: 240
“I poeti, si sa, arrivano prima degli psicoanalisti. L’arte è il grande contenitore del dolore, la creazione stessa è un farsi male che diventa cura. A volte per l’artista, sempre per il mondo.”
La riflessione si snoda attorno a un’osservazione tanto semplice quanto inquietante: “il più delle volte farsi male è una ripetizione, una variazione sul tema”. Restiamo ancorati alla rotta del dispiacere, incapaci di cambiare direzione, evitiamo o compromettiamo le esperienze piacevoli, ci lasciamo attrarre da situazioni destinate al fallimento, rifiutiamo l’aiuto quando ci viene offerto. Ci deprimiamo di fronte ai successi, ci immoliamo dimenticando noi stessi anche quando non richiesto, viviamo la fatica di scegliere per il proprio bene, l’incapacità di godere di sé, di riconoscere il proprio valore.
Perché torniamo sempre allo stesso punto dolente?
Lingiardi ci suggerisce una risposta che ha il sapore di una verità scomoda: “soffrire può diventare un’identità, una forma che ci custodisce “, al punto che la sofferenza diventa un modo di sentirsi vivi, di avere un senso.
Soffro dunque sono. Una variazione dolorosa del cogito cartesiano che rivela come il dolore possa trasformarsi nel pilastro stesso della nostra esistenza.
Centrale nel libro è il rapporto tra dolore e linguaggio, tema che apre prospettive filosofiche decisive.
Quando la parola fallisce, il corpo parla e quando il pensiero non riesce a simbolizzare, il sintomo prende forma. Questa intuizione mette in crisi l’illusione di una soggettività trasparente a se stessa, quell’idea illuministica secondo cui la ragione può tutto comprendere e controllare.
Il gesto di farsi male ci costringe a confrontarci con tutto ciò che resiste alla comprensione immediata, con quegli strati dell’esperienza vissuta che rimangono opachi e sfuggenti alla nostra coscienza. Da questa consapevolezza nasce un’esigenza etica: imparare ad ascoltare ciò che non si dice, riconoscere la sofferenza come appello che ci interpella.
Uno degli aspetti più preziosi del lavoro di Lingiardi è la sua scelta metodologica: il libro è attraversato da riferimenti alla letteratura, alla poesia, al cinema, non come semplici ornamenti o esempi illustrativi, ma come veri strumenti di conoscenza che riescono spesso a cogliere sfumature dell’animo umano inaccessibili al discorso puramente teorico.
L’autore sembra suggerire che comprendere l’umano richieda un pensiero polifonico, capace di tenere insieme concetto e racconto, teoria e immagine, analisi e metafora, restituendo così dignità alla complessità dell’esperienza e rifiutando ogni riduzionismo.
“Farsi male” è un libro per chi vuole guardare in faccia le proprie ombre senza giudizio ma con lucidità, per chi cerca non consolazioni ma comprensione. Si tratta di un invito a riconoscere che la sofferenza, per quanto dolorosa, ci parla e che imparare ad ascoltarla può essere il primo passo verso una comprensione più profonda di noi stessi.
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