Pubblicato il: 8 Aprile 2025 | Ultima modifica: 23 Aprile 2025
Nel contesto scolastico odierno, spesso dominato dalla corsa alla performance e dalla valutazione costante, emerge con forza la necessità di uno spazio educativo che riconosca e valorizzi il benessere emotivo degli studenti. In particolare favorire l’autostima a scuola non è un obiettivo accessorio, ma una condizione fondamentale per l’apprendimento, la relazione e lo sviluppo integrale della persona. Se un ragazzo non si sente degno, competente o capace di affrontare le sfide quotidiane, faticherà a partecipare in modo autentico al percorso educativo.
La filosofia, con il suo approccio dialogico, riflessivo e aperto al dubbio, può diventare uno strumento potente per accompagnare i ragazzi nella costruzione di un’immagine positiva di sé. Non si tratta solo di trasmettere concetti, ma di insegnare ai ragazzi ad amare sé stessi attraverso l’ascolto, la parola e il pensiero critico.

1. Che cos’è l’autostima
L’autostima è il risultato di una valutazione interna che ciascuno di noi formula su di sé. È un costrutto complesso, che si sviluppa nel tempo e che si nutre delle esperienze vissute, delle relazioni significative, dei successi e dei fallimenti. Più precisamente possiamo dire che l’autostima nasce dall’interazione tra il modo in cui percepiamo noi stessi (autopercezione), ciò che crediamo di poter fare (auto-efficacia) e il valore che attribuiamo a ciò che siamo (auto-accettazione).
Secondo lo psicologo canadese Nathaniel Branden, che ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio dell’autostima, essa si fonda su due pilastri: la fiducia nella propria capacità di affrontare le sfide della vita e il senso di essere degni di felicità. Questi due aspetti si influenzano reciprocamente e sono strettamente collegati allo sviluppo personale, al benessere emotivo e alla motivazione. Chi possiede una buona autostima tende ad affrontare le difficoltà con maggiore resilienza, è più aperto al cambiamento, più capace di instaurare relazioni positive e meno dipendente dal giudizio altrui.
Il modo in cui si costruisce l’immagine di sé è strettamente connesso alla qualità delle relazioni precoci. Nei primi anni di vita lo sguardo e il riconoscimento da parte degli altri – in particolare delle figure di riferimento – contribuiscono in modo decisivo alla formazione del valore personale. Quando un bambino si sente visto, accolto e valorizzato, interiorizza l’idea di essere degno e capace. Al contrario, esperienze ripetute di svalutazione o mancanza di ascolto possono minare in profondità la fiducia in sé stessi.
In ambito scolastico l’autostima gioca un ruolo fondamentale. Una buona immagine di sé non solo sostiene l’apprendimento, ma migliora il clima relazionale, la partecipazione attiva e la gestione dei conflitti. Quando uno studente si sente competente, accolto e rispettato, è più propenso a impegnarsi, a porre domande, a rischiare l’errore. Al contrario chi ha un’autostima fragile può reagire con chiusura, evitamento o comportamenti oppositivi, spesso fraintesi come disinteresse o svogliatezza.
È importante distinguere l’autostima da concetti affini ma diversi, come la fiducia in sé o l’autoefficacia. Mentre la fiducia si riferisce alla percezione delle proprie competenze in un ambito specifico (es. “sono bravo in matematica”), l’autostima è una valutazione più globale e profonda, che riguarda il proprio valore personale. Lavorare sull’autostima a scuola significa quindi non solo rafforzare le competenze, ma anche promuovere il senso di dignità, unicità e valore di ogni studente, indipendentemente dalla performance.
1.1 L’autostima dei ragazzi dai 6 ai 12 anni
L’età compresa tra i 6 e i 12 anni corrisponde a una fase di grande trasformazione nello sviluppo dell’autostima. Secondo lo psicologo Erik Erikson, in questo periodo i bambini attraversano una crisi evolutiva specifica, che oppone operosità a senso di inferiorità. È proprio in questo lasso di tempo che i bambini iniziano a confrontarsi con il mondo al di fuori della famiglia in modo più strutturato, attraverso la scuola, i gruppi sportivi e le relazioni tra pari. L’immagine di sé, fino a questo momento prevalentemente fondata sul rapporto con i genitori, si arricchisce ora di nuovi elementi legati al rendimento scolastico, alla competizione, al confronto sociale.
A scuola, i bambini ricevono valutazioni, giudizi, osservazioni sul proprio comportamento e sul proprio apprendimento. Imparano cosa significa “essere bravi” e cominciano a interiorizzare criteri esterni come metro per valutare sé stessi. È qui che l’autostima può iniziare a vacillare: se il bambino percepisce di non essere all’altezza, o se riceve solo feedback negativi, può sviluppare una visione di sé impoverita o svalutante. Anche la pressione per “essere i migliori” o “non sbagliare” contribuisce a rendere fragile l’autostima in questa fase.
L’ingresso nella pubertà coincide con lo sviluppo del pensiero riflessivo e della consapevolezza metacognitiva. I bambini iniziano a porsi domande su di sé, sul proprio valore, sulle proprie capacità. È un momento prezioso in cui è possibile intercettare e accompagnare la costruzione dell’autostima attraverso strumenti educativi adeguati, basati sull’ascolto, sul dialogo e sull’esperienza condivisa. Un ruolo decisivo lo giocano gli insegnanti, che possono diventare modelli di accettazione e fiducia. Promuovere il lavoro di gruppo, valorizzare il processo più del risultato, offrire spazi di parola e attività che stimolino il pensiero critico sono strategie fondamentali. In questa prospettiva, la filosofia può diventare uno strumento efficace per aiutare i bambini a costruire un’immagine positiva di sé, imparando a riflettere su chi sono, cosa li rende unici, quali sono i loro valori e desideri.
2. Come aumentare l’autostima negli studenti
Favorire l’autostima a scuola richiede un cambiamento di prospettiva: non si tratta solo di motivare gli studenti a raggiungere risultati esterni, ma di aiutarli a riconoscere il proprio valore intrinseco. Questo processo coinvolge la relazione educativa, il linguaggio e la proposta di esperienze significative.
Uno strumento efficace in questa direzione è il dialogo filosofico, che invita ogni studente a prendere la parola, esprimere le proprie idee e confrontarsi con gli altri in uno spazio non giudicante. Quando un ragazzo si sente ascoltato e vede che il suo pensiero è preso sul serio, sperimenta il riconoscimento — base fondamentale per lo sviluppo dell’autostima.
Anche il tipo di domande proposte in classe ha un ruolo decisivo. Le domande aperte, che stimolano la riflessione anziché cercare una risposta esatta, favoriscono l’autonomia del pensiero e la fiducia in sé. Esempi come “Cosa vuol dire essere felici?”, “Tutti sbagliano?”, “Cosa ci rende unici?” aiutano a costruire un ambiente in cui ogni studente si sente legittimato a esplorare il proprio punto di vista.
2.1 Come aiutare i ragazzi con bassa autostima
I ragazzi con bassa autostima mostrano spesso comportamenti di evitamento, rinuncia o autosvalutazione. Temono di sbagliare, si sentono inadeguati, faticano a mettersi in gioco. Di fronte a queste difficoltà, gli incoraggiamenti generici del tipo “Ce la puoi fare!” risultano spesso inefficaci, se non addirittura controproducenti: non bastano le parole di fiducia degli adulti per cambiare una percezione interiore radicata. Occorre piuttosto creare condizioni in cui i ragazzi possano sperimentare in modo concreto il proprio valore, vivere piccole esperienze di successo e sentirsi parte di un contesto accogliente e stimolante.
In questa prospettiva, la pratica filosofica può rappresentare un supporto prezioso. Il suo valore sta nella capacità di attivare un processo trasformativo attraverso il pensiero condiviso, l’ascolto profondo e il dialogo aperto. Il lavoro sulla parola e sul significato diventa occasione per riattivare fiducia e consapevolezza.
Tre sono i livelli principali su cui la filosofia può agire:
Ascolto attivo
Un primo passo è offrire uno spazio in cui il ragazzo si senta ascoltato senza giudizio. Validare emozioni, dubbi e insicurezze significa riconoscere la legittimità del suo vissuto e rompere l’isolamento che spesso accompagna una bassa autostima.
Domande maieutiche
Attraverso domande aperte e stimolanti, il ragazzo viene accompagnato a riflettere su sé stesso, a mettere in discussione convinzioni rigide (“non sono capace”, “valgo poco”) e a costruire una narrazione più ampia e articolata della propria identità.
Riflessione collettiva
Il confronto con gli altri, se condotto in modo rispettoso e autentico, permette di uscire dalla logica della competizione e di riscoprire il valore del contributo personale. In una comunità di pensiero, ogni voce conta, e questa consapevolezza ha un impatto diretto sulla fiducia in sé.
Sostenere l’autostima non significa semplificare i problemi, ma aiutare i ragazzi a guardarsi con occhi nuovi, più benevoli, e a riconoscersi come soggetti capaci di pensare, crescere e cambiare.
3. Attività didattiche sull’autostima
Introdurre la filosofia in classe non significa necessariamente studiare i grandi autori, ma creare uno spazio di pensiero condiviso, dove i ragazzi possano esplorare temi esistenziali in modo guidato. Di seguito propongo due attività per la scuola secondaria pensate per lavorare sul tema dell’autostima attraverso il dialogo filosofico.
Le attività possono essere svolte in piccoli gruppi o in plenaria, adattandosi ai tempi e alle caratteristiche della classe. L’obiettivo non è “insegnare l’autostima”, ma favorire un processo di consapevolezza e riflessione su di sé, sugli altri e sul proprio modo di abitare il mondo.
3.1 Attività: “Che cos’è un errore?”
L’errore, spesso vissuto con imbarazzo o paura, è in realtà una parte essenziale del processo di apprendimento. Riconoscerne il valore aiuta a superare il timore del giudizio e a costruire fiducia in sé stessi. In ambito educativo, parlarne apertamente permette di trasformarlo in occasione di crescita. Questa attività invita a esplorare l’errore come esperienza umana e risorsa formativa.
Fase 1 – Brainstorming guidato
L’attività inizia con un momento di attivazione collettiva: al centro della lavagna viene scritta la parola “errore”. È il punto di partenza per un brainstorming guidato, in cui gli studenti sono invitati a condividere liberamente ciò che questa parola evoca in loro. Per stimolare la riflessione, vengono poste alcune domande aperte, come: “Cosa vi viene in mente quando sentite la parola ‘errore’?”, “In quali situazioni si può commettere un errore?”, “Tutti gli errori sono uguali?”.
Le risposte vengono annotate senza giudizio, creando una sorta di mappa concettuale visibile a tutta la classe. Insieme, si cerca poi di raggruppare le idee emerse in categorie, distinguendo ad esempio tra errori utili, gravi, buffi, di distrazione. Questo passaggio permette agli studenti di prendere consapevolezza della pluralità di significati che un concetto apparentemente semplice può assumere.
Fase 2 – Discussione filosofica
A partire dai pensieri emersi nel brainstorming, si apre uno spazio di dialogo più profondo: la discussione filosofica. Il confronto si sviluppa grazie a domande maieutiche pensate per stimolare il pensiero critico e l’esplorazione di idee complesse, come: “Senza errore si può imparare?”, “È meglio non sbagliare mai, o sbagliare e poi capire?”, “Un errore cambia il valore di una persona?”.
Gli studenti sono invitati a sostenere le proprie opinioni attraverso esempi, confronti, analogie, in un clima di ascolto reciproco e apertura. L’obiettivo non è trovare una risposta univoca, ma allenarsi a pensare insieme, accogliendo la diversità di punti di vista.
Fase 3 – Sintesi finale
Per concludere, ogni studente è invitato a esprimere una riflessione personale sull’errore, sintetizzandola in una frase. Può farlo oralmente o in forma anonima, scrivendola su un foglietto. Dalle parole dei singoli nasce poi una frase collettiva, che viene scelta e condivisa da tutta la classe, da scrivere in bella vista. Un esempio potrebbe essere: “Un errore non dice chi sei, ma ti aiuta a diventare chi sarai.” Una frase che resta a testimonianza del percorso di pensiero fatto insieme.
3.2 Attività: “Cosa vuol dire valere?”
Il verbo valere ha un significato profondo e sfaccettato, può indicare il prezzo di qualcosa, la sua utilità o la sua importanza, ma quando lo applichiamo alle persone, la questione si fa più complessa. Valere, in questo caso, non ha a che fare con oggetti da valutare, ma con il riconoscimento della dignità, dell’unicità, del posto che ciascuno occupa nel mondo. L’obiettivo di questa attività è aprire uno spazio di pensiero in cui i ragazzi possano interrogarsi, senza giudizi o risposte preconfezionate, su cosa significa “valere” davvero.
Fase 1 – Introduzione
L’attività si apre con una breve spiegazione dell’obiettivo: accompagnare la classe in una riflessione condivisa sul significato del valore personale. È importante chiarire fin da subito che non si parlerà del proprio valore personale in senso psicologico o motivazionale, ma si cercherà di esplorare cosa significa, in generale, “valere”. Si può quindi scrivere alla lavagna la domanda che guiderà l’intero percorso:
“Da cosa capiamo se una persona vale?”
La semplice presenza di questa domanda, lasciata ben visibile, aiuterà a mantenere il filo durante tutto il laboratorio.
Fase 2 – Riflessione individuale
A questo punto si invita ogni ragazzo e ragazza a prendersi un momento per sé. In silenzio, con carta e penna, ciascuno scrive ciò che pensa in risposta alla domanda posta. Per chi ha bisogno di uno stimolo iniziale, si possono offrire alcune piste di riflessione:
Chi decide il valore di una persona?
Se qualcuno commette un errore, il suo valore cambia?
Il valore può aumentare o diminuire nel tempo?
Lo scopo non è cercare la risposta giusta, ma iniziare un contatto personale con il tema, lasciando emergere pensieri ed emozioni.
Fase 3 – Discussione maieutica
Dopo la riflessione individuale, inizia il cuore dell’attività: un dialogo filosofico, guidato da domande che favoriscano il confronto tra idee. Si comincia con una domanda semplice ma potente:
“Cosa significa dire che una persona vale?”
Da qui si procede con un’esplorazione condivisa, lasciando spazio alle parole di tutti e costruendo il ragionamento insieme. Alcune domande potranno aiutare ad approfondire:
“Se una persona sbaglia, perde il suo valore?”
“Il valore dipende da ciò che gli altri pensano di noi?”
“Si può valere anche senza grandi successi?”
“Come ci sentiamo quando qualcuno ci riconosce valore?”
Infine, si possono proporre domande di sintesi che spingano a raccogliere quanto emerso:
“Cosa cambia in noi quando pensiamo di valere?”
“Come potremmo descrivere una persona ‘di valore’?”
Durante il dialogo è importante sostenere il clima di ascolto e rispetto reciproco, valorizzare i contributi degli studenti e stimolarli a fare esempi concreti, senza mai imporre una linea interpretativa univoca.
Fase 4 – Riflessione finale
Alla fine della discussione, si torna a un momento individuale. Si chiede agli studenti di scrivere una frase che esprima ciò che pensano ora sul tema dell’autostima e del valore. Le frasi possono essere condivise liberamente, lette ad alta voce da chi lo desidera oppure raccolte in forma anonima. In alternativa, possono essere appese in aula come traccia del lavoro svolto insieme: un piccolo archivio di pensieri da rileggere nel tempo.
4. Conclusione
Coltivare l’autostima degli studenti non è un compito accessorio, ma un gesto educativo fondamentale. È come piantare un seme invisibile: non si vede subito il risultato, ma un giorno, magari inaspettatamente, germoglierà nella forma di una scelta coraggiosa, di una parola detta con sicurezza, di uno sguardo che non si abbassa più.
Portare la filosofia in classe significa offrire ai ragazzi strumenti per conoscersi, per pensare con la propria testa, per dare valore alle proprie idee. Significa insegnare loro – tra le righe di un dialogo, attraverso una domanda ben posta o in un momento di silenzio condiviso – che il loro punto di vista conta, e che anche le fragilità possono essere accolte con rispetto.
In un mondo che spesso spinge a rincorrere l’approvazione esterna, la scuola può essere il luogo in cui imparare ad abitare con fierezza la propria unicità e ogni insegnante, con gesti semplici ma intenzionali, può diventare il custode silenzioso di una crescita che va ben oltre i voti.
Perché quando un ragazzo comincia a sentirsi a casa dentro di sé, può davvero aprirsi al mondo.

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