Felicità in vendita

 

Pubblicato il: 29 Ottobre 2018 | Ultima modifica: 10 Agosto 2025


Da alcuni anni stiamo assistendo alla crescita smisurata di centri estetici, sostenuti da martellanti messaggi pubblicitari, trattamenti per ottenere corpi stilizzati e in forma. La pubblicità ci promette prodotti capaci di renderci istantaneamente felici. Nella moda infine ritroviamo quell’“estasi del bello” che ha reso insignificante ogni valore durevole. Un marchio infatti non vende un determinato prodotto quanto un racconto, un immaginario che si rivela al potenziale consumatore, accendendone la fantasia. Questo sistema di mediazione simbolica costituisce la nuova chiave d’accesso per entrare nel migliore dei mondi possibili.

Ma se da una parte la retorica del benessere vorrebbe generare una democratizzazione della felicità attraverso l’accesso alle stesse merci a basso costo, dall’altra constatiamo l’incapacità di saper vivere delle ultime generazioni nell’uso dilagante di ansiolitici, antidepressivi e sonniferi, ritenuti capaci di alleviare la sofferenza psichica. L’industria farmacologica ha fatto passi da gigante nei suoi affari da quando, oltre che curare le malattie, ha iniziato a promettere autostima e felicità: ogni emozione negativa diviene sintomo di malattia e dunque necessita di terapia, ovvero di farmaci del benessere.

La ritroviamo anche nella richiesta crescente, oltre che mutata radicalmente, della “cura” degli stati emotivi verso i tecnici della sofferenza: psichiatri, psicologi, psicanalisti. Oltre che essere diventato un fatto centrale nella nostra epoca, evidenzia come la fragilità emotiva sia ormai uno dei tratti tipici della società. Una buona qualità di vita si identifica sempre più in un ottimale stato emotivo.

pillole

L’evoluzione del concetto di autostima

Alcuni studiosi come Frank Furedi hanno rilevato come il concetto di autostima (self-esteem), che ancora nel XVII secolo si riferiva al senso di indipendenza, alla capacità critica o alla caparbietà, e per tutto il XVIII fino alla fine del XX secolo non era mai stato associato ad aspetti emotivi, abbia acquisito una connotazione terapeutica solo negli ultimi decenni: «oggi una scarsa autostima viene associata a varie difficoltà emotive che si dice provochino una serie di problemi sociali, dalla criminalità alle gravidanze precoci».

Come ci spiega Miguel Benasayag, si è prodotto un notevole cambiamento nelle consultazioni rivolte ai clinici: in passato il paziente aveva bisogno di comprendere la radice del proprio male oscuro. Costui era una persona che aveva bisogno di svuotare la propria interiorità, piena di pieghe e risvolti. «Fino alla fine del secolo scorso – dice – la consultazione psicoanalitica tipica si fondava sulla convinzione (condivisa dal paziente e dal terapeuta) che al cuore della sofferenza del paziente si celasse un significato criptato che avrebbe consentito di spiegare la sua incrinatura […]».

Al contrario, il nuovo paziente si reca dal clinico per eventi che appartengono al normale ciclo della vita: un senso di colpa, un lutto, una delusione amorosa. Si va dal clinico “come se si andasse da un meccanico” per un guasto, o da un dentista per un mal di denti. In definitiva, «in seguito ai recenti sviluppi sociali e culturali», scrive Furedi, «si è andata affermando l’idea che gli individui siano incapaci di gestire la propria vita». Il risultato è un sé diminuito, vittima delle emozioni e costantemente bisognoso di un’autorità protettiva e rassicurante.

Autostima, depressione e pressione sociale

Dunque se la felicità è in vendita su internet e sui social, perché si sta tanto male? Gli psicologi, e molto prima la filosofia, ci informano che non solo il corpo si ammala, ma anche la mente, perché la mancanza di corrispondenza rispetto ai valori e ai modelli proposti crea insicurezza e disorientamento. Esiste infatti una connessione diretta tra valori incarnati, autostima e benessere interiore.

In un contesto così mutato, la psiche è schiacciata dalla necessità di mostrarsi sempre all’altezza, costretta a costruirsi una corazza caratteriale. Lo psichiatra svizzero Daniel Hell ritiene che la depressione sia un grido di aiuto dell’anima contro immagini smisurate della presunzione: l’anima sente che sono troppo impegnative e non corrispondono al nostro vero essere.

Per molti giovani, la mancanza di prospettive e la mercificazione dei rapporti umani spinge verso gratificazioni immediate: sballo, edonismo, trasgressioni, droghe. È la ricerca esasperata di stimoli forti per colmare un vuoto esistenziale sempre più profondo.

Dal conflitto interiore all’ansia di prestazione

Il sociologo Alain Ehrenberg spiega come la depressione sia tipica di una società in cui le norme non si fondano più su colpa e disciplina interiore, ma su responsabilità, iniziativa e realizzazione personale. Fino agli anni Sessanta i conflitti nevrotici nascevano dallo scontro tra desiderio e norma; oggi, invece, dalla frattura tra “possibile” e “impossibile”, che genera ansia e senso di inadeguatezza.

Dietro la maggior parte dei casi clinici c’è una fragilità emotiva alimentata da mutamenti sociali rapidi e disorientanti. Le delusioni diventano costanti, la progettualità si inibisce e viene meno la speranza nel domani. La depressione toglie curiosità e capacità di immaginare un futuro.

Non tutte le forme di depressione vanno trattate con i farmaci: come diceva Jung, una corretta educazione è «la migliore salvaguardia contro la malattia psichica». Talvolta la depressione è una ribellione contro immagini interiori troppo elevate, altre volte è legata a mancanza di radici e riferimenti educativi. Trattare l’insicurezza giovanile come malattia può spingere un giovane a sentirsi inetto. La sfida educativa odierna è abbandonare le immagini superlative senza cadere nell’autodenigrazione.

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