Intervista a Padre Anselm Grun, monaco benedettino

 

Pubblicato il: 23 Settembre 2019 | Ultima modifica: 8 Agosto 2025


Dall’abbazia benedettina di Münsterschwarzach, in Baviera, una conversazione con Padre Anselm Grün, monaco e autore di bestseller mondiali. Un dialogo che spazia dalla spiritualità alla psicologia, esplorando le sfide dell’uomo contemporaneo attraverso la saggezza benedettina della “discretio” – l’arte di trovare la giusta misura in un mondo che ha smarrito ogni equilibrio.

Per san Benedetto è importante il discernere, ma è anche importante trovare la giusta misura: misura nel consumo, misura nell’energia, misura nella preghiera, ecc…
Molta gente ha delle immagini troppo alte di se stessa. Deve essere sempre perfettamente cool. Uno psicologo, Daniel Hell, dice che quando uno ha un’immagine troppo alta di sé l’anima risponde con la depressione. La depressione è una ribellione contro immagini troppo alte di se stessi. È quindi molto importante la misura in tutte le forme della vita, nel cibo, nel vino (risa), in famiglia, nel lavoro, ecc…

Molti manager hanno capito che non si tratta solo di cercare denaro. Non è solo una questione di soldi. Il lavoro dev’essere al servizio dell’uomo: dobbiamo cercare l’uomo, arrivare al cuore dell’uomo.
Spiego che nella vita dell’azienda bisogna promuovere l’uomo, non solo l’interesse del proprietario dell’azienda.
Gustav Jung ha detto che i dirigenti di azienda hanno anche il dovere di “risvegliare” la vita nell’uomo.
Naturalmente io non dico come possono accrescere il profitto, ma come superare i possibili conflitti per arrivare alla fonte dell’interiorità.
Dunque è importante dirigere con i valori. In tedesco si dicono “werten”. Dei buoni valori favoriscono la ditta perché generano motivazioni. Fede e speranza sono importanti fonti di energia.

C’è bisogno di andare alla radice della vita. Stabilità significa essere ricongiunti alle radici. Per me stabilità significa innanzitutto recuperare la calma. Molti uomini invece sono in fuga da se stessi, non sanno cosa vogliono dalla vita.

La vita dell’uomo contemporaneo è fatta di molte pressioni. Tutti vogliono rappresentare se stessi come qualcosa di perfetto, su Facebook e Twitter, ma questo crea pressioni sugli uomini. Alain Ehrenber, a tal proposito, dice che questo genera la fatica di essere se stessi.
La vita diventa faticosa, c’è il culto di sé favorito dai social media: guardare solo all’apparenza e non ad essere per se stessi. Può trasformarsi in una grave malattia.

Non ogni depressione è una malattia. Ma certe volte è un segno di immagini troppo alte, l’ossessione per il successo, per la perfezione. Altre volte è segno che non abbiamo radici, nella fede, o nella forza che dovrebbero darci il padre e la madre.
Evagrio Pontico, un monaco del quarto secolo, dice che nel fondo della depressione ci sono delle immagini infantili della vita perché guardiamo al nostro io idealizzato e non a quello reale. Allora è importante, soprattutto in questa società, accettare se stessi.
Il greci, a tal proposito, usavano due termini: lýpē e pénthos. Il primo sta ad indicare la tristezza in cui reagiamo passivamente al frantumarsi delle nostre illusioni. Il secondo indica la rielaborazione positiva del lutto.

Nei primi secoli la spiritualità era una forma di psicologia perché i monaci guardavano alla conoscenza di sé.
Per me la psicologia ha due funzioni. La prima è quella di conoscere se stessi, qualcosa che tuttavia non può sanare: apre la mia verità e la mostra a Dio. È l’amore di Dio che entra nella mia paura, nella mia emozione, nella mia verità: è Lui che può sanare.
La psicologia ha solo il compito di aprire la verità di noi stessi, di metterla alla luce.
A tal proposito un pericolo concreto della spiritualità è la fuga nella grandiosità: io sono solamente spirituale e non vedo le mie emozioni. Ciò può portare l’uomo a scollegarsi dalla realtà.
La seconda funzione è critica: si tratta di capire quando la spiritualità è sana o è solo una fuga dal mondo attraverso forme sbagliate. Ciò può portare alla presunzione di essere superiore agli altri.

Per Gustav Jung ogni uomo ha due poli: amore/aggressività, fede/dubbio, fiducia/paura, ragione/sentimento.
E quando vivi un solo polo, l’altro va nell’ombra. Di per sé l’ombra non è negativa, ma quando viene soppressa può diventare pericoloso.

Non bisogna viverla, è chiaro, ma trovare un equilibrio.
Per esempio nel caso dell’amore e dell’aggressività. Quando dico di vivere solo l’amore, l’aggressività cerca un’altra via. Qualche volta è corporale, ma altre volte è passiva, latente.
Quando per esempio il prete dice noi cristiani “non litighiamo” ma amiamo soltanto: è una forma di aggressività perché ci dev’essere il diritto ad avere un’altra opinione.

Il moralismo è una diretta conseguenza del rifiuto dell’ombra. Prendiamo ad esempio il rapporto fede/dubbio. Quando abbraccio il dubbio, quest’ultimo è una fonte di fede vivente, perché mi impegna a cercare “che cos’è Dio?” o “che cos’è la Redenzione?”. Ma la fede senza il dubbio diventa fondamentalista e inizia il combattimento contro gli altri.

Sì, bisogna essere molto prudenti quando parliamo di patologia perché qualche volta è il risultato di una prova, di una storia difficile. Ma è certo che la patologia impedisce la vita autentica, la comunione con gli altri uomini, impedisce anche il lavoro. In generale, non ci fa vivere bene.

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