La persona che ammiro di più

 

Pubblicato il: 14 Febbraio 2014 | Ultima modifica: 18 Agosto 2025


L’attività che ho proposto questa volta nel laboratorio di discussione filosofica presso il centro di salute mentale è stata un lavoro di scrittura autobiografica su un tema diverso dal solito, che all’inizio ha spiazzato un po’ tutti: raccontare la persona che ammiro di più.

La scrittura autobiografica è uno strumento potente di riflessione e conoscenza di sé. Secondo Philippe Lejeune, uno dei maggiori studiosi del genere, la scrittura autobiografica non è semplicemente un racconto di fatti passati, ma una pratica che permette di costruire un’identità narrativa, di esplorare la memoria e di dare forma ai ricordi attraverso la parola scritta.

Scrivere di sé significa mettere ordine nel proprio vissuto, ma anche confrontarsi con emozioni, valori e relazioni significative.

La scrittura, però, può risultare impegnativa. Ci si trova davanti a un foglio bianco, con l’ansia di doverlo riempire, la sensazione di non avere una bella calligrafia, la difficoltà a concentrarsi e lo scarto tra ciò che si pensa e ciò che si riesce a mettere nero su bianco. Come scrive Carla Chiappini:

“È un lavoro di scavo lento, alla ricerca di noi stessi, della nostra storia, dei ricordi e delle persone che ci hanno costruito. Il silenzio è compagno di viaggio, generatore di parole, propiziatore di immagini che, dapprima sfuocate, si ricompongono lentamente nelle nostre mani” (Chiappini, Le stanze della scrittura, in Animare l’educazione, Franco Angeli).

Subito è emersa una riflessione interessante tra i partecipanti:
– “Che cosa vuol dire ammirare una persona? Io posso invidiare o amare qualcuno!” (M.)
– “L’invidia è un sentimento negativo, invece l’ammirazione è qualcosa di bello e positivo. Io ammiro una persona che considero un esempio da seguire, una guida, un punto di riferimento.” (S.)

Man mano che le mani si muovevano sui fogli, le parole prendevano forma, i volti si rilassavano e si scorgevano sguardi soddisfatti per aver trovato la propria voce. La scrittura autobiografica ha qui una doppia funzione: non solo permette di riflettere sul sé, ma offre anche uno spazio di riconoscimento e valorizzazione dei propri vissuti, in un contesto di ascolto condiviso e non giudicante come quello del laboratorio filosofico.

Le persone ammirate dai partecipanti riflettono spesso qualità che essi stessi desiderano sviluppare:

  • “Ammiro le persone determinate, coerenti, soddisfatte di ciò che sono e creative.” (Emma)
  • “Due mie amiche che hanno due vite diverse ma hanno delle qualità che vorrei avere anch’io… Mi piacerebbe essere principalmente matura per aiutare le mie figlie e le persone che hanno bisogno.” (Angela)
  • “Le persone che hanno queste caratteristiche: umiltà, sincerità, amore per sé e per gli altri, di parola, che sopportano sacrifici per la famiglia e sono allegre.” (Livia)
  • “Mia sorella, perché è una persona disponibile, positiva; quando sono con lei mi trasmette serenità e le sue parole mi confortano…” (Anna)
  • “Mio padre e mia madre, sono affettuosi e simpatici. Ammiro mio padre perché mi sta vicino e mi aiuta nelle difficoltà…” (Chiara)
  • “Mio padre perché mi ha sempre aiutato ed è sempre stato presente in questi anni in cui sono stato male…” (Nicola)
  • “Mia sorella perché è volitiva, decisa, riesce sempre nel suo intento, mi dà sicurezza. Ammiro anche le persone che fanno volontariato e si impegnano per gli altri.” (Roberta)
  • “Chiunque fa lavori manuali del tipo mani di fata, ricamo, maglia, uncinetto… Mi piacerebbe fare questo genere di lavori ma non riesco.” (Lia)
  • “I miei genitori perché hanno cresciuto una famiglia nonostante le difficoltà del dopoguerra e ammiro le persone che aiutano gli altri in modo disinteressato.” (Valentina)

L’esperienza di scrittura autobiografica permette di osservare quanto i modelli ammirati siano spesso specchi di ciò che desideriamo essere o diventare. In questo senso, la scrittura non è solo un mezzo di espressione, ma uno strumento di conoscenza filosofica e psicologica di sé. Come sottolinea Lejeune, nel raccontare la propria storia si costruisce un legame tra il sé passato e il sé presente, tra esperienza e significato.

Ci siamo lasciati con due domande finali, per continuare la riflessione anche fuori dal laboratorio:

  • Ammiriamo le persone che hanno caratteristiche che noi non abbiamo ma che vorremmo avere?
  • Quali sentimenti proviamo quando ci troviamo di fronte alla persona che ammiriamo?

Attraverso questo lavoro, il laboratorio di discussione filosofica si conferma come uno spazio prezioso per esplorare emozioni, identità e relazioni, combinando l’introspezione personale della scrittura con il confronto dialogico e la riflessione collettiva.

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