Spesso liquidiamo la nostalgia come un sentimento passivo considerandola una condizione statica di tristezza che ci lega a ciò che è stato e che non è più. Questa forma di nostalgia è rimpianto doloroso per il tempo fuggito e il nostro sguardo è costantemente rivolto all’indietro anziché proiettarci nel futuro.
Esiste anche un’altra nostalgia intesa come vero e proprio stato di grazia.
In questa accezione la nostalgia smette di essere un limite e diventa una facoltà poetica e conoscitiva. È la consapevolezza di una mancanza costitutiva dell’essere umano che smuove da un presente a volte apatico per ricordarci che siamo fatti per qualcosa di più grande.
Riconoscere questa mancanza significa rivendicare la nostra natura di esseri incompleti, sempre in viaggio e mai del tutto appagati dalle contingenze materiali.

1. Parise e la “Nostalgia” dei Sillabari
Per comprendere come la nostalgia possa farsi stato di grazia, dobbiamo tornare alla semplicità e concretezza dell’esperienza.
Un eccellente esempio letterario di questa operazione sono i Sillabari di Goffredo Parise pubblicati da Adelphi. Nati agli inizi degli anni Settanta del Novecento, questi racconti brevissimi rappresentano il tentativo di tornare alla struttura elementare del sillabario, per reimparare l’alfabeto dei sentimenti umani.
Ridare un nome elementare alle cose significa guardare il mondo con la purezza dell’infanzia, dove, ad esempio, «l’erba è verde». La scrittura è il tentativo di ricontattare l’essenziale: i racconti narrati in una prosa poetica, minima, si aprono con incipit che immergono il lettore in un’atmosfera da fiaba per poi sorprenderlo con la forza incisiva dei particolari, le descrizioni lucide e precise.
Un giorno di un’estate lontana una donna di circa quarant’anni dall’aspetto però fanciullesco e roseo, con occhi celestini (si dice sempre azzurri) e una carnagione come gonfia, preparò il suo animo a una gita, più che altro a una passeggiata di cui ebbe nostalgia.
Il racconto Nostalgia manca deliberatamente di una vera e propria impalcatura narrativa e Parise azzera l’intreccio romanzesco per costringere il lettore a fermarsi.
Il tempo del racconto, in apparente contraddizione con il titolo, è il presente e i protagonisti si fondono per sempre con i luoghi descritti. Via, via emergono connessioni e contraddizioni, le stesse che un occhio attento riesce a cogliere nella realtà.
I personaggi rimandano un senso di mancanza che non impedisce loro di mettersi comunque “in viaggio”: la ex maestra è cieca, l’ingegnere navale ha perso un braccio, il contadino ricco non ha la gamba. Eppure nelle loro mancanze si muovono come una compagnia affiatata verso una semplice destinazione immersi in percorso fatto di lentezza e attenzione.
Erano, chissà perché, tutti allegri, forse perché così poche erano le novità offerte dal luogo (non arrivava nemmeno la posta) che il solo fatto di muoversi in compagnia per non più di una passeggiata creava quella frizzante attesa, di scampagnate, di picnic, di cui ogni luogo di villeggiatura, grande o piccolo ha diritto.
La nostalgia che pervade il racconto è il desiderio di sentire ancora un particolare stato d’animo capace di far uscire la protagonista dall’apatia e da un’infelicità poco consapevole.
Dettagli insignificanti anticipano illuminazioni improvvise che rivelano la bellezza della vita nella sua fragilità senza drammi o rimpianti. La nostalgia apre allo stupore per il presente facendo assaporare uno stato di grazia e profonda spiritualità.
In questo preciso istante di contemplazione emerge il cuore filosofico del racconto: la nostalgia di Parise è ontologica, riguarda l’essere: è il desiderio di coincidere totalmente con ciò che si vede nel momento stesso in cui lo si guarda. L’essere umano prova nostalgia perché si scopre irrimediabilmente “altro” rispetto a quella perfezione.
È il dolore della separazione tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato. È la nostalgia di una patria originaria in cui uomo e natura non erano ancora scissi.
2. Una nostalgia ontologica: Martin Heidegger e il mondo
È nel pensiero di Martin Heidegger che la nostalgia perde ogni residuo psicologico o sentimentale per farsi categoria ontologica. L’oblio dell’essere è all’origine di quella mancanza di patria dell’uomo moderno: si tratta dello sradicamento profondo dell’uomo dalla sua essenza per il quale egli si affaccenda in modo esclusivo con gli oggetti e ne dimentica il loro carattere di possibilità aperte capaci di contribuire alla sua realizzazione.
La patria in questo senso rappresenta la dimensione originaria dell’essere, quel luogo metafisico di totale armonia e vicinanza alla verità in cui l’uomo si sente interamente a casa. La nostalgia è l’eco di questa dimora perduta, un richiamo che risuona nell’anima e ci costringe a fare i conti con la nostra condizione attuale.
Questa condizione di sradicamento è l’effetto diretto del dominio della tecnica che riduce il mondo a una riserva di oggetti da consumare e manipolare e questo approccio utilitaristico distrugge la sacralità della natura e delle cose.
L’uomo, ridotto a ingranaggio del sistema, diventa straniero a se stesso e più accumula beni e informazioni, più sprofonda in un oblio dell’essere che lo rende spiritualmente estraneo alla sua stessa essenza.
3. Imparare ad ascoltare: la poesia come casa dell’essere
Serve allora un atteggiamento di custodia, cura e soprattutto di apertura all’ascolto del mondo. Heidegger riconosce nel linguaggio e in particolare nel linguaggio poetico la casa dell’essere.
- La poesia è la lingua primitiva che dando nome alle cose fonda l’essere attraverso la ricerca incessante di nuove parole o di etimologie.
- Il poeta è colui che sa tendere l’orecchio alla voce profonda della realtà e sa dare un nome alle cose senza violarle.
- L’uomo può parlare solo in quanto ascolta: la sua essenza consiste appunto nell’ascoltare il linguaggio dell’essere e nell’affidarsi ad esso.
In questa forma la filosofia si avvicina alla poesia giacché l’una e l’altra svelano attraverso le parole il significato dell’essere.
4. La nostalgia come bussola spirituale
La nostalgia diventa una forma di svelamento della nostra casa spirituale: sentirsi nostalgici significa abitare questa casa dello spirito, un luogo interiore che custodisce il nostro potenziale più alto.
Intesa così, la nostalgia diventa il nostro modo di abitare il mondo. Ci spinge a cercare la bellezza, a creare arte e a tessere legami, trasformando il vuoto del passato in una spinta creativa verso il futuro.
All’interno di questo orizzonte, la nostalgia si rivela come il motore stesso della filosofia, il movimento del pensiero che cerca di tornare all’origine. La nostalgia filosofica è una forza dinamica e progressiva, è l’inquietudine che impedisce all’uomo di accontentarsi della superficie tecnica della realtà, spingendolo a cercare un radicamento più profondo.
Sentire nostalgia significa essere già sulla via del ritorno: è la prova che la nostra casa spirituale, sebbene distante, continua a esercitare su di noi il suo richiamo irresistibile. Ritrovare la propria casa spirituale richiede la capacità di reimparare a guardare dietro l’apatia dei gesti automatizzati trasformando la nostalgia da un peso sul cuore a una bussola dello spirito.
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