Partire. Il viaggio come metafora dell’esistenza – Recensione

Partire. Il viaggio come metafora dell’esistenza (Mursia, collana Piccole Tracce), scritto da Simone Cislaghi è un’indagine filosofica e psicologica sul senso del movimento umano.
L’autore propone una visione in cui il viaggio è un’esperienza di trasformazione interiore in cui l’esistenza diventa un percorso di scoperta continua.

La vita è descritta attraverso l’immagine del mare: siamo già tutti ‘in navigazione’ e la vera sfida consiste nel decidere se lasciarsi trascinare dalle onde o prendere in mano il timone per dare una direzione propria alla nostra esistenza.
Il libro esplora il concetto di ‘partire’ come un movimento dell’anima, una decisione che cambia la rotta interiore prima ancora di quella esteriore e riflette sulla crescita e sulla costruzione dell’identità anche attraverso l’incontro con l’altro.

Titolo: Partire. Il viaggio come metafora dell’esistenza
Autore: Simone Cislaghi
Editore: Mursia
Anno: 2026
Pagine: 136

“Più si incontra davvero l’altro, che è l’unico, vero canale perché io incontri anche me stesso, più si diventa vivi.”

Fin dal primo capitolo, Cislaghi radica il suo pensiero sulla grande letteratura di viaggio, strumento fondamentale per l’educazione dell’umanità e ci ricorda che in tanti hanno cercato risposte: l’Epopea di Gilgamesh, l’Odissea e i racconti biblici, sono “viaggi fondativi” della nostra cultura. In queste opere, il mettersi in cammino è il rito necessario per passare dall’ignoranza alla consapevolezza.

Si viaggia attraverso se stessi quando la vita scardina le nostre certezze, obbligandoci a confrontarci con paure e potenzialità nascoste, in viaggio si incontra l’altro che da estraneo può essere per noi uno specchio e viaggiando si osserva il mondo nella sua meraviglia e varietà.  

L’ invito è a “partire” anche restando fermi, adottando lo sguardo del viandante nella quotidianità in esplorazione verso la versione più vera di sé o semplicemente altra da sé.

Nel viaggio dell’esistenza siamo chiamati ad ascoltare la vita per poterla realizzare, così come i naviganti imparavano ad ascoltare i venti per dirigere la nave. Dobbiamo ambire a più essere, cioè ad allargare gli orizzonti del nostro esistere. Non significa avere di più, o potere di più, ma, realmente più essere. Più si conosce la vita più si diventa vivi.

L’autore riflette su bisogni e desideri e rifacendosi al pensiero dello psicoanalista Jacques Lacan ne spiega la differenza: mentre il bisogno mira a un oggetto specifico che ristabilisce l’equilibrio, il desiderio nasce da una mancanza incolmabile e inconscia, che spinge il soggetto verso una ricerca infinita proprio perché non sa cosa sta cercando.

Il desiderio non può avere nome, esso domanda di essere ascoltato e chiede all’esistenza di assumere una dimensione contemplativa, capace di lasciar parlare la vita. Siamo chiamati a un’esistenza alta un passo dopo l’altro.

L’invito dell’autore è a non perdere di vista la nostra “ulteriorità” che rappresenta la spinta a superare i propri limiti, uscendo dalla staticità del presente. Partire significa accettare che la propria identità è un processo aperto verso un “oltre” che definisce il senso stesso del vivere. Il distacco dal punto di partenza è necessario per una comprensione più profonda della propria esistenza.  

Diversi sono i riferimenti filosofici rintracciabili nel libro. Cislaghi si ispira alla concezione heideggeriana dell’uomo come Dasein (Esserci), un essere che è sempre “gettato” nel mondo e proiettato in avanti. Il viaggio diventa la messa in atto di questo “poter-essere” che non si accontenta della semplice presenza.

Tutti ci siamo venuti a trovare nel flusso dell’esistenza, condizionati da essa e in essa radicati, senza che le condizioni di tale radicamento fossero decise. Nessuno ci ha chiesto il permesso di metterci al mondo e siamo capitati in una costellazione di caratteristiche che ci appaiono del tutto arbitrarie. Ci troviamo come ci troviamo e così siamo chiamati a vivere, anzi esistere, a fiorire, a realizzare noi stessi. Nessuno può realizzare se stesso se non impara a conoscere il proprio talento, la propria forza, il luogo della propria ricchezza. Si tratta di un compito capitale.

Il viaggio è la realizzazione pratica della natura umana e il partire ne è l’espressione più autentica dove l’individuo trasforma l’esistenza in un progetto dinamico.

L’esistenza autentica ci chiama a superare le nostre, personali colonne d’Ercole, anche solo un po’, spostando i confini più in là e allargando lo scenario del nostro essere.

Solo in questo modo dall’essere vivi possiamo costantemente diventare vivi.

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