Le parole che raccontano e si fanno esistenza

 

Pubblicato il: 20 Ottobre 2015 | Ultima modifica: 14 Agosto 2025


Per l’incontro settimanale di discussione filosofica al centro di salute mentale ho proposto un percorso che avesse al centro le parole.

Non quelle parole che abitualmente raccontano il dolore, la sofferenza o la malattia, ma parole che potessero aprire spazi nuovi, restituire respiro e possibilità di significato. Un lavoro che avesse il coraggio di guardare oltre il linguaggio della sofferenza per scoprire termini capaci di nutrire la vita e l’esperienza quotidiana, anche in contesti difficili.

Il compito della pratica filosofica

La pratica filosofica in contesti come questo ha un compito delicato e fondamentale.

Da un lato, consiste nel ridare vita a parole che ormai si accartocciano su se stesse, parole che hanno smesso di aprirsi al mondo esterno, che si alimentano solo di ciò che già contengono e non riescono più a respirare. Queste parole, chiuse e ripiegate, diventano spesso segnali di dolore ma non raccontano più la complessità della vita interiore di chi le pronuncia.

Da un altro lato, la filosofia può creare attorno a queste parole una “terra fertile”, uno spazio simbolico in cui possano germogliare nuovi significati, nuove connessioni, nuove prospettive. È come preparare un terreno dove le radici possano nutrirsi di idee e di esperienze che le rinvigoriscano e le facciano crescere.

Quando le parole perdono vita

Molte volte, quando proviamo a spiegare i modi di stare al mondo di una persona malata, rischiamo di presentare i suoi conflitti attraverso le nostre parole, consegnandole un senso che appartiene a noi e non a lui. Le sue parole, così, non vengono lasciate esistere di per sé: diventano strumenti per il medico o l’osservatore, segnali di conflitti interni che il soggetto stesso non riesce a riconoscere.

In questo passaggio, perdono il loro statuto esistenziale: smarriscono la capacità di raccontare la vita interiore di chi le pronuncia, diventando semplici indicatori di tensioni interpretate dall’esterno, invece che espressioni autentiche della persona.

L’esercizio filosofico: parole da dimenticare e parole da coltivare

Per questo incontro ho voluto proporre un esercizio semplice, ma potente.

Ho chiesto ai partecipanti di scrivere due liste di parole: la prima contenente termini che desiderano cancellare, perché hanno portato dolore o rappresentano ostacoli alla loro vita; la seconda con parole da coltivare, termini che danno forza, gioia e speranza, parole che vorrebbero vedere crescere nel loro futuro. L’esercizio ha un valore simbolico: permette di guardare con chiarezza a ciò che ci pesa e a ciò che ci sostiene, di riconoscere le parole come strumenti di vita, capaci di plasmare il nostro modo di percepire e abitare il mondo.

Ecco alcuni esempi di ciò che è emerso durante il lavoro:

Parole da dimenticare: dovere, violenza, indecisione, apatia, incomprensione, solitudine, morte delle persone care, ozio, separazione, angoscia, malessere, delusione, paura di non riuscire ad aiutare in modo giusto le persone care, possedere, senso di colpa.

Parole da coltivare: tenacia, senso del dovere, spontaneità, emozione, rispetto, voglia di vivere, affetto, salute discreta, comprensione, solidarietà, cambiamento, serenità, amore, fiducia, perdono, tenerezza, ascolto, autostima, musica, futuro, volersi bene.

Queste liste non sono solo parole scritte su un foglio: sono mappe interiori, strumenti per orientarsi, segnali di ciò che ci può liberare e di ciò che ci opprime. Le parole da dimenticare portano con sé un peso, un vissuto che ci rallenta, mentre quelle da coltivare diventano semi di possibilità, fiori che possiamo nutrire giorno dopo giorno, parole che respirano, camminano con noi e ci accompagnano nel nostro percorso.

Alla fine dell’incontro, ho invitato ciascuno a osservare la propria lista e a percepire la differenza tra il peso di ciò che vogliamo lasciare andare e la leggerezza di ciò che desideriamo accogliere. La pratica filosofica, anche in contesti di fragilità, ha questa forza: trasformare il linguaggio in esperienza viva, rendere le parole non solo strumenti di comunicazione, ma veri compagni di vita.

Parole che raccontano, che vivono, che si fanno esistenza. Parole che, se coltivate con cura, diventano la nostra vita stessa.

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