Pubblicato il: 22 Gennaio 2016 | Ultima modifica: 15 Agosto 2025
Che cos’è il sigillo della raggiunta libertà?
Non provare più vergogna davanti a se stessi.
— F. Nietzsche
Negli incontri del Gruppo di discussione filosofica in un Centro di Salute Mentale, uno dei temi che affiora più spesso è la vergogna. Non una vergogna astratta, ma concreta e quotidiana: quella che si prova davanti ai propri familiari, ai figli, al partner. La vergogna di mostrare la sofferenza che si vive, di non sentirsi all’altezza delle aspettative altrui, di non riuscire a incarnare l’immagine di “brava madre” o “bravo padre” che si desidera essere.
A questo sentimento si accompagna spesso un senso di colpa persistente, che scava in profondità e accentua la fragilità nei rapporti. È un peso silenzioso che restringe lo spazio della fiducia in sé stessi e indebolisce il coraggio di farsi vedere per come si è.
Come la tristezza, l’ansia o la nostalgia, anche la vergogna ha due volti. Da un lato, può essere una reazione sana e proporzionata: provare disagio per un’azione scorretta o per un comportamento che ferisce un’altra persona mantiene viva la sensibilità verso la propria etica. Dall’altro, può trasformarsi in un blocco paralizzante, fino a diventare una vera e propria fobia sociale. In questi casi, anche gesti semplici, come mangiare in compagnia, parlare davanti a un gruppo di conoscenti, possono sembrare ostacoli insormontabili.

Vergogna e pudore: due emozioni diverse
Nel linguaggio quotidiano, vergogna e pudore sono spesso confusi, ma non coincidono. Il pudore, come scrive Max Scheler, è “un varco verso noi stessi, uno spiraglio per un viaggio interiore, una via d’accesso alla nostra interiorità di esseri mortali e unici” (Pudore e sentimento del pudore). È una scelta consapevole di proteggere la propria intimità, un modo di non mostrarsi completamente agli altri senza per questo sentirsi inadeguati o sbagliati.
La vergogna, invece, ha un carattere più doloroso e totalizzante. Come la descrive Eugenio Borgna, è “un sentimento doloroso di scoramento e di smarrimento” che nasce da un senso di solitudine e di frattura nella comunicazione con gli altri e con il mondo. È amplificata da contesti segnati dall’indifferenza o dalla chiusura emotiva. Quando si prova vergogna, il desiderio più forte è scomparire: non vedere nessuno, non essere visti, sottrarsi agli sguardi. È un’emozione che spinge a fuggire, a ridurre i contatti, a ritirarsi dal mondo.
Un sentimento che parla di noi
La vergogna è un modo di essere al mondo con gli altri, che porta in superficie le nostre insicurezze e le espone allo sguardo altrui. Ma riconoscerla non significa condannarsi: la vergogna non è un difetto da cancellare, ma una parte della nostra esperienza umana che merita ascolto.
Nel laboratorio, questo emerge con chiarezza. Quando una persona trova lo spazio per raccontare la propria vergogna, spesso scopre che non è sola. Le parole diventano ponti e ciò che prima sembra un muro invalicabile si trasforma in un terreno comune.
Come scrive Rainer Maria Rilke:
“Solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vive la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attinge sino al fondo la sua propria esistenza.”
Accogliere ogni parte di sé, anche quelle che preferiremmo nascondere, è un passo verso la libertà. Forse, come suggerisce Nietzsche, il sigillo di questa libertà è proprio la capacità di guardarci negli occhi senza più vergognarci.




